Les Fleurs du mal (di pancia)

virginia-raggiVirginia Raggi e Beppe Sala sono i fiori (appassiti) all’occhiello dei rispettivi schieramenti. Proprio mentre il cine-panettone “Natale con Gentiloni”, con la sua schiera di ministri ignominiosi e ridicoli, si configura come un sontuoso regalo elettorale ai 5stelle, Virginia Raggi rischia seriamente di diventare la Boschi del M5S.

“Ho sbagliato a fidarmi di Marra”, ha dichiarato la sindaca. Ma il M5S non ha sempre predicato la mistica del curriculum pulito? E allora perché andare a pescare Marra nella discarica della peggiore politica?
Beppe Sala. Ha fatto bene ad auto-sospendersi. E’ assai meno credibile quando afferma di ignorare le accuse. L’indagine a suo carico riguarda il mega-appalto della Piastra di Expo, un vero spaccato delle “virtù” della nostra classe dirigente. La gara viene vinta dalla ditta Mantovani, con un ribasso spettacolare del 42%; persino Formigoni –  uno che non si impressiona facilmente, un esperto in materia – grida allo scandalo. Per il super manager Sala invece va tutto bene, va bene alla politica colpevolmente in ritardo e va bene anche alla procura di Milano che toglie l’indagine sul verminaio degli appalti al pm Robledo: the show must go on – e così pure le mazzette, gli affari e le ditte mafiose che completano la vetrina di Expo 2015.
La candidatura a sindaco di Beppe Sala verrà imposta da Renzi e le divisioni nella squadra di Pisapia faranno il resto: il partito degli affari entra a palazzo Marino in pompa magna.
A Roma le cose sono andate diversamente. Il partito degli affari (e del malaffare) è stato cacciato a furor di popolo, ma oggi prova a rientrare dalla porta di servizio. Roma è una città difficile, certo, ma il segno del rinnovamento deve essere netto, chiaro, inequivocabile; altrimenti il movimento che si propone di cambiare il volto del Paese rischia di perdere, oltre alla verginità, un’occasione storica. E il ceto politico dell’armata Renziloni, che dopo la vittoria del No appare come la parodia di Boldi & De Sica, rischia di riaccreditarsi come l’immutabile inflessibile ordinaria follia che presiede a ogni scelta sul nostro futuro.

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Da Berlusconi a Renzi: la povertà è cresciuta del 141%

Si è allargata a macchia d’olio. Ha finito col mettere in ginocchio intere famiglie. Ha snervato e fiaccato i giovani. Ed è più che raddoppiata nell’arco degli ultimi dieci anni. Un balzo drammatico, da capogiro: più 141 per cento. Il suo nome è povertà. Una realtà messa in luce – con tutta l’evidenza possibile – dagli esiti del referendum costituzionale del 4 dicembre scorso.
Oggi, infatti, 4,6 milioni di persone vivono nell’indigenza assoluta: quasi l’8% della popolazione residente in Italia. Basti pensare che erano poco meno di 2 milioni nel 2005 (il 3,3% del totale). Un incremento che non ha risparmiato nessun’area della penisola: al nord il numero dei bisognosi è addirittura triplicato. Qualche numero? Sempre nel 2005 i poveri erano 588mila al nord e poco più di un milione al sud mentre adesso sono rispettivamente 1,8 e 2 milioni circa. Persone che non possono permettersi spese essenziali come quelle per gli alimenti, la casa, i vestiti, i mezzi per spostarsi né le medicine. leggi l’articolo

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Una giornata particolare

una-giornata-particolareIl protagonista della storia non è Mastroianni ma tale Vincenzo Crupi, sindaco calabrese di Bova Marina (Rc). La vicenda, come nel film di Ettore Scola, si svolge nell’arco di una sola giornata. Il giorno della verità e della tragedia. O della farsa. I fatti: il 7 dicembre il Pd annuncia l’adesione del primo cittadino al partito, e fin qui nulla di strano –  in Calabria, terra baciata da un sole generoso, si fanno più cambi di partito che di stagione. Senonché, nella stessa mattinata, il sindaco viene arrestato su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, costringendo il partito, che aveva appena annunciato la lieta novella, a una imbarazzata rettifica: il Crupi “non risulta assolutamente iscritto al Pd”.
Cronaca locale, un fatto da niente – direte. Niente di nuovo sotto il sole. Un vecchio proverbio calabrese avverte, però, che “tanti nenti hanno ammazzatu nu ciucciu”. Tanti “niente” possono diventare 19 milioni di No. Alla faccia di tanti “intellettuali” di corte furibondi.
Il “ciuccio” fiorentino, è vero, non è morto. E’ ancora a Roma, a trafficare per il prossimo governo; ma è evidente che non stiamo parlando di un film a lieto fine.

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Caro Fidel,

pepeAppena saputa, la notizia è stata devastante. Non mi riesce di immaginarti, steso sul piccolo letto di legno che si è trasformato nel tuo ultimo rifugio. E sto qui, seduto all’ingresso della fattoria, pensando a cosa dirò al mondo e a come nascondere questa lacrima, sebbene alcuni pubblicitari direbbero che sarebbe meglio che si vedesse, che è così che si costruiscono le leggende.

Le leggende non si possono costruire, tu sei stato una leggenda, fatta allo stesso tempo con il colpo della mitraglia e la bandiera sventolante sull’accampamento, là nella sierra, non importa che fosse selva o pampa, è uguale, la battaglia arde nelle viscere di quella che chiamiamo la nostra terra, questa porzione di geografia che attraversiamo e che ci attraversa.

E penso di aver avuto fortuna perché sono diventato oramai vecchio e la faccia da uomo buono non mi ha abbandonato, nonostante gli anni di prigionia e la tortura; le critiche verso di me sono state minori, non ho dovuto affrontare il rigore del controllo pubblico al quale tu hai fatto fronte con statura di gigante e hai dato esempio al mondo. Non sono stato costretto a combattere tra patrioti e traditori, nessuno mi ha mai bollato come un tiranno. Ma questa fortuna può anche essere intesa in modo differente.

Il mondo che ho affrontato io è quello delle carte di credito e delle vite consumate in una lotta per la quale non c’è guerriglia possibile. Tutti mi ascoltano con attenzione, sorridono, applaudono e continuano a condurre le loro vuote vite con cose che li consumano, lentamente, ma inevitabilmente. Tu lascia una Cuba che continuerà ad esserci, senza analfabetismo, con il miglior sistema di sanitario pubblico, con il migliore sistema d’istruzione del continente e io resto qui a combattere una battaglia non per la vita, ma contro l’oblio, impegnato in una lotta che non ha alcun senso perché il Sud diventa sempre più Sud, i mostri avanzano e ci attaccano da tutte le parti.

La breve illusione del continente bolivariano svanisce, dopo la morte di Hugo (Chávez), l’ignominiosa uscita di Dilma (Rousseff) e Cristina (Kirchner), il mio confino in uno scranno del Parlamento e la tua morte che ci lascia orfani, sicuramente presto l’insensatezza di un mondo che non riesce a imparare dalla sua Storia ci divorerà.

Le ombre ci perseguitano e dal momento che te ne sei andato, caro amico, e adesso che so che non faremo più, perlomeno in questa vita, quelle interminabili conversazioni in cui si respiravano amore e vittoria, dalle quali uscivo ringiovanito, sentendo che avrei potuto affrontare il più temibile dei gárgolas o attraversare l’abisso con una sola spinta, la tristezza è inevitabile.

Che mi diresti tu? “Dai loco, non devi essere triste! Per cosa? È solo carne e pelle, tu non sei morto, la lotta continua e va avanti in ogni caso”, e io dico alla mia mente allucinata: “Lui non avrebbe parlato così, non era irriverente”, meglio pensare che avresti detto qualcosa di più brillante, non avresti pronunciato parole che dice questo vecchio pazzo che strappa applausi alla folla, ma non è riuscito a muovere il suo popolo come hai fatto tu. Da Oriente appare una battaglia finale? Difficile, non impossibile… nel frattempo, a te, stella dei Caraibi, una strizzatina d’occhio e un “¡Hasta la victoria… siempre!”.

El Pepe

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Caro Saviano,

 

fidelHo letto il tuo post su Fidel Castro e anche i tanti insulti che ti sono piovuti addosso dai social, ai quali naturalmente non mi associo.
Però.
Però, tra la retorica del Líder Máximo e il tuo commento che sembra dettato dalla fretta di un Salvini qualunque, io vedo una prateria disabitata nella quale bisognerebbe avventurarsi, alla ricerca di spunti per riflessioni più approfondite e giudizi meno sommari. Perché il mondo è molto più grande della nostra asfittica Europa, perché Cuba non confina con la Norvegia, perché nel 1959 a L’Avana non è caduta la Repubblica di Weimer, perché l’esperienza cubana è cresciuta negli anni duri della guerra fredda e del bloqueo americano, e perché la lista dei perché è molto lunga.
Io credo che bisogna osservare Cuba e, in generale, l’America Latina con gli occhi del mondo, e soprattutto con gli occhi delle sue periferie. Scopriremmo che per gli uomini e le donne di una favela di Caracas Hugo Chávez non è affatto il caudillo grossolano descritto dai media occidentali. Scopriremmo l’orgoglio latinoamericano per Cuba, la piccola isola meticcia che ha saputo tener testa al gigante Usa; che Castro non può essere liquidato, con due righe, come un semplice tiranno logorroico fuori dalla Storia, dato che i diritti d’autore sulla Storia, per noi europei, sono scaduti da tempo. Credo che dovremmo maturare l’umiltà e la pazienza necessarie per ascoltare la versione di quella parte di mondo che la Storia l’ha sempre subìta. Perciò concludo con un brano su Fidel Castro di Eduardo Galeano, un tuo collega che ha saputo raccontarci l’America latina meglio di chiunque altro, e una nota malinconica finale: i sudamericani son più bravi di noi – professionisti come te e dilettanti come il sottoscritto – sia con un pallone trai piedi che con una penna tra le mani.
Cordiamente.
eduardo-galeanoI suoi nemici dicono che era un re senza corona che confondeva l’unità con l’unanimità.
E hanno ragione.
I suoi nemici dicono che se Napoleone avesse avuto un giornale come Granma, nessun francese avrebbe mai appreso del disastro di Waterloo.
E hanno ragione.
I suoi nemici dicono che ha esercitato il potere parlando molto e ascoltando poco, perché era più abituato a sentire echi di voci.
E hanno ragione.
Ma suoi nemici non dicono che non era per mettersi in posa per la storia che ha messo il petto di fronte alle pallottole degli invasori, che ha affrontato gli uragani da eguale, da uragano a uragano, che è sopravvissuto a 637 attentati alla sua vita.
Non dicono che la sua contagiosa energia è stata decisiva per trasformare una colonia in patria, e che non è stato per un sortilegio di Lucifero né per un miracolo di Dio che questa nuova patria ha potuto sopravvivere a 10 presidenti degli Stati Uniti, che si erano già messi il tovagliolo per mangiarla a pranzo con coltello e forchetta.
E non dicono che questa rivoluzione, punita per il crimine della dignità, è stata quello che ha potuto essere e non quello che avrebbe voluto essere. Né dicono che il muro tra il desiderio e la realtà è diventato sempre più alto e più largo grazie al blocco imperiale, che ha soffocato lo sviluppo di una democrazia alla cubana, ha obbligato alla militarizzazione della società e ha concesso alla burocrazia, che per ogni soluzione ha un problema, gli alibi di cui aveva bisogno per giustificarsi e per perpetuarsi.
E non dicono che nonostante tutte le sofferenze, nonostante le aggressioni esterne e l’arbitrarietà interna, questa isola rassegnata ma ostinatamente allegra ha generato la società meno ingiusta di tutta l’America Latina.
E i suoi nemici non dicono che questa impresa è stata opera del sacrificio del suo popolo, ma è stata anche opera della testarda volontà e dell’antiquato senso dell’onore di questo cavaliere che si è sempre battuto per i perdenti, come quel suo famoso collega dei campi della Castiglia.

 

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Quel mio primo No.

referendum_divorzio-la-stampaSono felicemente iscritto al partito, fondato sulla cialtroneria retorica del capo del governo, di quelli che “dicono (quasi) sempre No“. Quando il Sì al cambiamento viene invocato dal Gattopardo di turno al potere, la risposta non può essere diversa. Un No forte e chiaro. E poi, il mio primo No risale addirittura al maggio del 1974. Si votava per l’abrogazione della legge sul divorzio; il referendum era stato chiesto dal fronte capeggiato dall’allora segretario della DC, Amintore Fanfani (per i più giovani: è il politico a cui dice di ispirarsi Maria Elena Boschi, la pasionaria dei rottamadores). Il mio primo No, purtroppo, non poté essere espresso in cabina elettorale perché ero minorenne, ma fu molto più attivo e partecipato di quanto non sia, oggi, il No alla riforma costituzionale Renzi-Boschi-Verdini. Allora si discuteva (e si litigava) dappertutto: nelle piazze, nei bar, nelle scuole, nei luoghi di lavoro.  Fu, in un certo senso, il mio battesimo politico. Avevo appena 15 anni, ma in quell’epoca “analogica” si era molto più precoci di certi ragazzotti fiorentini di fine millennio. La partecipazione al voto fu altissima (87,72%) e la vittoria del No schiacciante. Oggi, sulla riforma Renzi, la metà degli italiani non si esprime, mentre l’altra metà è spaccata in due. E stiamo parlando della Legge fondamentale dello Stato. Ci raccontano la favola della scarsa partecipazione al voto in tutte le democrazie avanzate, ma la realtà è che un Paese economicamente e socialmente in ginocchio non vede né la necessità né l’urgenza di una riforma costituzionale invocata, guarda caso, da una banca d’affari americana.

Chiedono, a noi “passatisti” del No, di “entrare nel merito” della riforma. Bene, entriamo nel merito. Il guaio è che appena entrati si respira subito una brutta aria: non si possono eleggere i senatori, è più difficile il ricorso al referendum, per le leggi di iniziativa popolare è stato triplicato il numero delle firme. La partecipazione democratica – un pilastro della Costituzione che prima del report di JP Morgan era “la più bella del mondo” – viene messa alla porta. Fuori dal merito, l’aria è ancora più irrespirabile: è una riforma che una minoranza resa artificialmente maggioranza parlamentare dal Porcellum, tenta di imporre al resto del Paese. Da bocciare a prescindere, anche se a scriverla fosse stato Calamandrei. Il vecchio Fanfani, almeno, il 40% degli italiani lo rappresentava davvero, e si trattava, nel suo caso, dell’abrogazione di una legge ordinaria. La nidiata di nipotini toscani del suo concittadino Licio Gelli rappresenta invece una potente minoranza: il Paese opaco, immutabile, delle oligarchie che ciclicamente insediano al governo un “nuovo” leader affinché nulla cambi realmente. E’ il male oscuro della fragile e malferma democrazia italiana, le cui difese immunitarie si sono spaventosamente abbassate, dopo vent’anni di berlusconismo e sotto il peso di una crisi di cui non si vede la fine. Il No del 1974 aiutava la libertà a crescere, quello del 4 dicembre serve a difenderla, ma è un passaggio fondamentale, per evitare che i tanti No ancora necessari in futuro diventino di pura testimonianza.

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Le mie 10 risposte a chi ha commentato i miei 10 motivi per votare NO

Like@Rolling Stone

no2Cari commentatori del postI miei 10 motivi per votare NO al referendum costituzionale, grazie dei vostri contributi.
Quel testo è stato letto da moltissime persone e ciò, in un piccolo blog come il mio, è sorprendente; lo è ancor di più se considero che, in 10 giorni, ha avuto oltre 32.000 condivisioni Facebook. 

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Viva il nazionalismo democratico. Contro l’ideologia dello stato federale europeo

di Enrico Grazzini

euroEbbene sì, lo confesso: sono un convinto nazionalista! La grande maggioranza dei politici e degli intellettuali invoca più Europa per uscire dalla crisi in cui l’Unione Europea è precipitata: chiede una Europa federale perché teme il ritorno dei nazionalismi nel vecchio continente. Per combat- tere il risorgere degli spettri del nazionalismo molti (soprattutto a sinistra) chiedono più UE e più federalismo. A mio parere la rottura dell’eurozona prima o poi è inevitabile e la UE dell’euro è entrata in coma politico. Occorre allora innanzitutto difendere decisamente l’interesse nazionale. E introdurre anche forme di autonomia monetaria.

La battaglia contro lo sciovinismo e la xenofobia è sacrosanta e la minaccia è purtroppo tanto reale quanto pericolosa. Credo però che siano proprio le politiche liberiste e neo-colonialiste della UE ad alimentare il peggior nazionalismo, a gettare benzina sul fuoco del populismo. E’ la feroce e inutile austerità dell’euro che genera, per reazione difensiva, il nazionalismo esasperato. E quindi penso che occorra contrastare apertamente l’Unione Europea, la moneta unica per 19 diversi Paesi, e l’ideologia federalista che legittima la UE e l’eurozona, la sostiene e la promuove.

Il sogno federalista degli Stati Uniti d’Europa è condiviso in Italia da un ampio schieramento, che va dalla Confindustria ai sindacati, da settori del centro-destra al centro-sinistra e alla sinistra: ma è una fantasticheria del tutto irrealistica. Germania e Francia non rinunceranno assolutamente mai (e insisto: proprio mai!!!) alla loro sovranità per condividerla con altri paesi, e non si sobbarcheranno mai i debiti dell’Europa del sud! Inoltre l’Europa federata sarebbe anti-democratica: infatti comporterebbe una centralizzazione estrema del potere statale. La guida sarebbe inevitabilmente tedesca. L’utopia degli Stati Uniti d’Europa è quindi, oltre che fantastica, intrinsecamente autoritaria.

Gli Stati Uniti d’Europa sono un sogno ma, se questo per assurdo si avverasse, diventerebbe un incubo: l’Europa unita sarebbe dominata dalla Germania. Per contrastare questa UE e il suo fanatico programma di attacco ai diritti sociali e alla spesa pubblica, occorre promuovere con forza il nazionalismo democratico, il nazionalismo partecipativo, l’unico realmente rispettoso della sovranità popolare. Infatti la sovranità del popolo non si esercita mai al di fuori delle frontiere territoriali, linguistiche e culturali degli stati nazionali.

Susan Strange, l’economista donna che per prima denunciò il casinò capitalism, aveva già indicato che tutte le strutture sovranazionali nate dai governi (anche quelle più necessarie e utili, come l’ONU) non sono mai realmente al di sopra delle nazioni, ma sono sempre lo schermo dell’egemonia delle nazioni più forti[1]. L’ONU è dominata da Usa, Russia e Cina mentre la UE dalla Germania riunificata, con l’alleanza complice e subalterna della Francia di Francois Hollande.

La Strange aveva già previsto anche l’insostenibilità dell’euro. Una moneta unica – che impone a 19 diversissimi paesi europei un unico tasso di interesse, un unico tasso di cambio, e una unica politica di regolazione della massa monetaria e del credito bancario – è infatti palesemente assurda. Da qui la necessità di recuperare forme sostanziali di sovranità nazionale, e anche di sovranità monetaria, grazie (come vedremo) alla moneta complementare.

La sovranità popolare non si esprime mai al di fuori delle istituzioni che gli stessi popoli si sono dati, e non si esercita certamente nelle istituzioni intergovernative. La storia non può essere scavalcata: le nazioni sono state costruite in secoli di lotte e di compromessi sociali; e dentro i confini nazionali sono nate le democrazie e il welfare. L’Unione Europea si propone proprio di cancellare le autonomie nazionali, le sovranità statali, in nome della libertà dei capitali e della deregulation.

Il progetto di un’Europa federale vorrebbe sorpassare la sovranità dei singoli stati per trasferirla a istituzioni centralizzate a livello europeo. Questa UE dimostra chiaramente di essere il “comitato d’affari della borghesia”, anzi della grande finanza parassitaria. Perché volerla rafforzare?

Il neo-colonialismo non si esprime più, in Europa come in altre parti del mondo, a livello militare e politico, e con l’occupazione territoriale, ma si afferma utilizzando strumenti monetari e finanziari. Il neo-colonialismo toglie moneta ai paesi subalterni e specula sul loro debito. Il nuovo capitalismo speculativo non produce niente, ma come un vero e proprio parassita si alimenta delle attività produttive e del lavoro altrui. Chi non si sottomette viene tagliato fuori dal mercato mondiale dei capitali, non ha più accesso ai mercato finanziari (ricordate l’Argentina e la crisi del 2001?). Chi tenta di ribellarsi è privato della moneta (ricordate la Grecia, quando la BCE chiuse il rubinetto dei bancomat una settimana prima del referendum?).

Il progetto di un’Europa politicamente omogenea e federata non solo è impraticabile e anti-storico ma è anche intrinsecamente autoritario. Mi sfugge come lo stato federale europeo potrebbe decidere con giustizia ed efficacia contemporaneamente sull’agricoltura finlandese, l’industria francese, l’energia atomica in Germania e quella a carbone in Polonia. Mi sfugge come e perché i cittadini italiani, per esempio, dovrebbero essere coinvolti nelle decisioni relative alle politiche portoghesi; e come 28 Paesi potrebbero decidere a maggioranza quale politica estera avviare con la Russia.

Il coordinamento a livello europeo è indispensabile, forme flessibili e confederate di partnership europea sono necessarie, ma le democrazie possono vivere solo in un ambito nazionale. La democrazia non può essere esportata nelle istituzioni intergovernative come la UE.

L’Europa è un insieme di situazioni, di istituzioni, di popoli, di storie e di interessi troppo diversi per essere rigidamente ricondotti a un unico fattore comune. L’Europa è oggi, oltre che un’espressione geografica, un unico grande mercato. Non esistono sindacati e partiti europei, non c’è un’opinione pubblica europea, non ci sono neppure lotte sindacali o politiche che unificano l’Europa.

Le due forze che oggi maggiormente unificano il vecchio continente sono la Nato e il consumismo: ma ambedue fanno capo agli USA. Non a caso per comunicare in Europa si usa la lingua americana- inglese. Nessuna forza sociale europea – nonostante i desideri di Yanis Varoufakis di democratizzare l’intero continente – è davvero in grado di incidere sulla UE. L’europeismo “internazionalista” è una astrazione velleitaria, vuota retorica astratta coltivata da una sinistra ingenua, impotente e talvolta collusa.

Purtroppo anche il sindacato italiano è europeista, certamente per generoso idealismo: ma l’europeismo è controproducente dal momento che l’euro è stato creato proprio per indebolire il movimento dei lavoratori e la sinistra. L’adesione dell’Italia all’euro è avvenuta proprio per battere la forza dei sindacati e dei lavoratori. E la UE e la BCE vogliono tuttora imporre politiche liberiste pro deregulation, di deregolamentazione del mercato del lavoro contro i sindacati e la partecipazione dei lavoratori.

Occorre opporsi all’Unione Europea e alla moneta unica. Anche in Italia occorre ristabilire la sovranità nazionale (per quanto possibile nel quadro attuale): una sovranità democratica, partecipata e conflittuale. Bisogna reclamare con forza l’intervento pubblico a favore degli interessi del nostro Paese, della nostra industria, dell’occupazione dei giovani e dei lavoratori. Per rivendicare la legittimità e la necessità del nazionalismo democratico non dovrebbe essere necessario evocare figure come Enrico Mattei e Raffaele Mattioli, o i partigiani che si battevano per l’Italia liberata dal nazi-fascismo.

La libera circolazione dei capitali è il fondamento della UE

La UE nata a Maastricht e guidata da Berlino si fonda sulla libera circolazione dei capitali (Articoli da 63 a 66 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), integrati dagli articoli 75 e 215 del TFUE). Alla base delle istituzioni e della politica dell’Unione Europea c’è la piena e completa libertà del capitale finanziario. Chiedere la limitazione alla libertà di movimento dei capitali significa quindi chiedere anche l’abolizione di Maastricht. Un obiettivo legittimo, ma astratto, ovvero politicamente attualmente irraggiungibile.

La UE non incoraggia gli investimenti produttivi e la piena occupazione ma tutela innanzitutto la finanza speculativa che vive e prospera come un parassita sui debiti delle nazioni, sulle attività produttive e le famiglie. La UE favorisce sfacciatamente gli stati creditori (in primis la Germania) e penalizza quelli debitori (a cui le banche di Germania e Francia hanno prestato irresponsabilmente troppi soldi).

Questa Unione Europea, nata con la riunificazione della Grande Germania sotto il segno dell’euro, è in crisi praticamente irreversibile perché è la forma continentale della globalizzazione del capitale, e perché impone alle nazioni più deboli, forme insopportabili di sfruttamento finanziario, di subordinazione neo-coloniale, di impoverimento. Il caso della Grecia è assolutamente esemplare.

L’economia europea è dissanguata e i Paesi sono sempre più disuniti: quelli del nord Europa contro quelli del sud, quelli dell’est contro quelli dell’ovest. In nome dell’illusione disastrosa degli Stati Uniti d’Europa, i cittadini italiani sono costretti ad accettare di diventare più poveri. Sull’altare dell’utopia lontana e impossibile di una Europa federata viene sacrificata un’intera generazione di giovani senza lavoro e senza prospettive!

La UE, agli occhi del mondo, per il governo americano, quello cinese, quello russo, è ormai diventata uno zombie, un morto vivente che cammina nella nebbia senza più alcuna direzione precisa. Gli unici che credono testardamente all’Europa unita sono gli ingenui della sinistra e qualche romantico idealista. La UE si sta disintegrando ma mantiene un unico orientamento: l’Unione Europea a guida tedesca attua volontariamente e coscientemente una politica di strangolamento deflattivo dell’economia! Lo strumento principale di questa politica è l’euro.

Riformare l’Europa, cioè rivedere i trattati europei e spostarli a sinistra, è pura utopia. Dovrebbe essere chiaro che solo lottando innanzitutto e soprattutto a livello nazionale si può tentare di battere l’austerità europea, l’attacco europeo ai diritti e ai servizi sociali. Lo stato nazionale è e rimane la principale arena della lotta politica e sociale. Ed è l’unico che può opporre alla moneta unica europea forme di moneta complementare come la moneta fiscale.

Purtroppo la sinistra italiana, dopo il crollo del comunismo, ha adottato acriticamente la generosa ideologia europeista di Altiero Spinelli, che considerava gli stati nazionali un relitto della storia da superare con gli Stati Uniti d’Europa. L’utopia di Spinelli nasceva da nobili esigenze di pace e solidarietà ma è ingenuo, irrealistico e sbagliato cancellare gli stati nazionali, cioè i luoghi storici della democrazia e dei conflitti sociali.

Se vogliamo assicurarci la democrazia e limitare i danni della globalizzazione, cogliendo invece i frutti positivi dell’apertura dei mercati, dobbiamo quindi recuperare innanzitutto sovranità nazionale. E poi trovare i punti di incontro con gli altri paesi europei, in direzione di una Confederazione europea assai più flessibile dell’Unione Europea attuale.

La crisi italiana e le timide trattative sulla flessibilità

La UE doveva procurare benessere, sviluppo e solidarietà, e doveva farci diventare più competitivi nell’economia globalizzata. Non ha mantenuto nessuna promessa. Secondo il Fondo Monetario Internazionale l’eurozona è il pericolo principale per l’economia mondiale! La moneta unica impone austerità ma resta fragilissima: molti continuano a dubitare che sopravviverà alla prossima crisi. La Banca Centrale Europea non potrà sostenerla per sempre.

L’economia italiana, dopo venti anni di stagnazione, grazie alla cura europea si avvia al disastro: il Fondo Monetario Internazionale indica che, continuando con l’austerità, l’Italia ritornerà alla situazione pre-crisi solo tra 20 anni. Ma non è detto che l’economia nazionale non inciampi prima. Occorre una svolta. Il governo di Matteo Renzi comincia a mostrare qualche timida insofferenza verso la UE, ma si sforza inutilmente di rispettare i vincoli europei e continua a implorare più flessibilità.

Se l’Italia continuerà a seguire le politiche dettate da Bruxelles e Berlino diventerà la prima vittima della prossima crisi europea e globale! Parlano da soli i drammatici dati (dati ISTAT a prezzi costanti 2015, miliardi di euro) della recessione italiana, cominciata nel 2008 con la crisi dei subprime, mal gestita dai governi italiani, ma aggravata pesantemente dalla politica europea di austerità.

Il PIL reale è inferiore di oltre 140 miliardi di euro rispetto ai livelli del 2007; e i disoccupati sono aumentati di quasi due milioni. Mentre i paesi fuori dall’eurozona sono riusciti a risalire la china, l’Italia con l’austerità dell’euro non esce dalla crisi. Se fosse possibile il governo italiano dovrebbe staccare subito la spina allo zombie UE. Ma non è così facile uscire dall’imbuto in cui l’europeismo servile dei governi italiani (di centrosinistra soprattutto) ci hanno cacciato.

Il ministro delle Finanze, l’europeista Padoan, si confronta con timore ed ossequio con istituzioni nominate dagli altri governi. La nostra principale legge di bilancio, la legge finanziaria, può passare solo se approvata da politici europei nominati da altri governi, come il lussemburghese Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione UE. Ma il Lussemburgo è un piccolo stato di poco più di 500 mila abitanti (nemmeno la metà degli abitanti di Milano) noto solo per essere uno dei maggiori paradisi fiscali del mondo.

Tuttavia è proprio Juncker che comanda sul nostro bilancio, ovvero sulle nostre tasse e sulle spese pubbliche nazionali. E non basta: più di lui conta il ministro tedesco delle finanze Wolfgang Schaeuble: è lui che decide davvero sul nostro bilancio pubblico. Schaeuble conta certamente più di Renzi, di Padoan, di Juncker e forse anche più del premier tedesco Angela Merkel.. Mi chiedo dove stia la democrazia in tutto questo! Il Parlamento e perfino il governo Renzi sono esautorati. Contano come il due di picche. Senza democrazia (e senza una moneta nazionale) l’economia, l’occupazione e il lavoro italiano non ripartiranno mai.

L’Europa vuole infilarci in un tunnel senza uscita. Diventa infatti sempre più difficile ripagare i debiti se la UE ci impone una politica deflattiva e quindi il PIL ovvero il reddito nazionale con cui pagare il debito si riduce o stagna. Anche la crisi bancaria italiana è di difficile soluzione senza l’intervento dello stato, che però è proibito dalla UE per volontà della Germania. Il sogno segreto di buona parte dell’establishment tedesco è evidentemente di costringerci a chiedere l’ “aiuto europeo”, cioè di farci commissariare dalla Troika, come la Grecia.

L’Italia è considerata il punto debole dell’eurozona. La politica dell’austerità avvicina pericolosamente il nostro Paese al cosiddetto “Minsky moment”, il momento del default. Se non ci fosse la BCE ad acquistare (ma per quanto?) i titoli italiani e dei paesi mediterranei, i rendimenti del debito pubblico sarebbero già saliti alle stelle e l’Italia quasi certamente dovrebbe chiedere la ristrutturazione dei debiti o dichiarare fallimento. Ma se fallisse l’Italia, la moneta unica crollerebbe come un castello di carta.

Nazionalismo democratico versus nazionalismo tedesco

L’euro, con la sua architettura deflattiva, non penalizza però tutti gli stati europei. Grazie all’euro la Germania e i paesi forti, quelli della cosiddetta (ex) area del marco, acquistano sostanziali vantaggi competitivi. La Germania mercantilista – e il mercantilismo in economia è l’equivalente dello sciovinismo in campo politico – esporta contro le regole UE il 9% del suo PIL, esportando anche deflazione e disoccupazione nei paesi europei. In questo modo “fotte i suoi vicini”.

La Germania chiede agli altri paesi di fare i compiti a casa ma in casa sua non applica le regole europee. Quando ha voluto ha sforato il tetto del deficit pubblico e ha salvato le sue banche con 250 miliardi di aiuti statali. Tuttavia impedisce agli altri paesi di intervenire nelle crisi bancarie, mettendoli in crisi perenne. E rifiuta qualsiasi momento di cooperazione – come la realizzazione di un fondo federale europeo, gli eurobond, forme iniziali di mutualizzazione dei debiti, ecc – ponendo come pre-condizione agli altri paesi il pareggio di bilancio, ovvero il soffocamento della loro economia mediante il taglio della spesa pubblica. Come Reagan, la UE di Berlino si propone di “affamare la bestia”, lo stato sociale.

In Italia dovremmo allora diventare “nazionalisti” e difendere la nostra industria, le nostre banche (magari nazionalizzandone alcune e buttando fuori i manager incapaci e corrotti), la nostra democrazia parlamentare, il nostro lavoro, il nostro welfare, la nostra Costituzione che le grandi banche d’affari internazionali e le istituzioni europee vorrebbero fosse abbattuta e stravolta in senso autoritario e decisionista.

Occorre rivalutare il nazionalismo democratico, anche contro quella parte di grande borghesia cosmopolita e “senza patria” (vedi per esempio la Fiat, la maggiore industria ex nazionale che ha abbandonato l’Italia) che promuove le politiche liberiste e antipopolari delle istituzioni sovranazionali. Se le forze progressiste e nazionali – quelle che pretendono di rappresentare i lavoratori, il ceto medio produttivo, l’imprenditoria sana, non venduta alla grande finanza – non difenderanno il loro Paese, allora i popoli si rivolgeranno inevitabilmente alle formazioni populiste di destra, e al peggior nazionalismo xenofobo.

Questo è purtroppo quanto sta già accadendo in molti paesi europei. Ma la responsabilità è anche e soprattutto della sinistra e dei verdi europeisti. In questo senso per fortuna che in Italia c’è Grillo, il quale fin dall’inizio ha denunciato l’imperialismo economico e finanziario della UE. Tuttavia c’è da chiedersi come i 5 stelle vogliono concretamente portare avanti la battaglia per uscire dalla crisi. La durissima sconfitta di Tsipras in Grecia ha in effetti avuto ricadute negative in tutto il continente, e ha mostrato che non è facile sganciarsi dall’eurozona.

Superare l’euro con la Moneta Fiscale

La moneta unica non è neutra, ha un’architettura depressiva, costituisce il principale strumento dell’egemonia tedesca ed è l’arma più efficace in mano al capitale finanziario. Non per caso l’economista Robert Mundell, considerato il padre della moneta unica, è stato anche uno degli artefici principali della Reaganomics.

La moneta unica ha tre difetti congeniti: 1) impedisce politiche espansive a causa dei vincoli automatici sul debito e sul deficit; 2) impedisce le svalutazioni, ovvero il riallineamento dei prezzi da parte delle nazioni meno competitive; 3) obbliga i singoli stati a pagare i loro debiti in una moneta straniera (l’euro, appunto) sulla quale non hanno alcun controllo. Alla BCE è proibito finanziare i deficit pubblici dei paesi dell’euro. Così i Paesi europei corrono il rischio di non potere pagare i loro debiti in valuta estera, in euro. Il default è sempre possibile.

Non esiste ormai più alcun motivo di seguire le regole dell’eurozona, se non l’estrema difficoltà a uscire dalla stretta gabbia costruita su queste regole. Uscire oggi unilateralmente dall’euro sarebbe un’avventura rischiosissima. Provocherebbe un’altra crisi difficilmente sopportabile per i lavoratori e il ceto medio, già stremati dalla recessione. Spaccherebbe il Paese.

Nonostante quello che predica l’economista Alberto Bagnai, uscire dall’euro non è facile[2]. E’ stato relativamente semplice uscire dallo SME, dal sistema monetario europeo, un sistema di cambi semi-fissi tra le valute europee. Allora l’Italia aveva ancora la lira, la sua moneta, e una banca centrale autonoma. Bastava non difendere la lira per tornare a un sistema flessibile di cambio. Oggi invece noi non abbiamo una moneta e dovremmo crearne una nazionale per uscire dall’eurozona. L’euro cesserebbe di esistere e l’uscita unilaterale dall’eurozona provocherebbe sconquassi a livello globale anche e soprattutto sul piano geopolitico. Avremmo contro USA, Cina e Russia. I risultati finali sarebbero probabilmente estremamente pesanti. Anche l’alleanza con la Francia per rovesciare l’austerità teutonica è improbabile perché la Francia teme la rottura con la Germania, il suo più potente partner. Inoltre concordare uno scioglimento equilibrato dell’euro con la Germania è una pura illusione.

Che fare allora? Non dovremmo rassegnarci alla passività e alla rassegnazione. Pur restando nel quadro dell’euro, l’unica soluzione viabile e concreta è affiancare all’euro forme di moneta nazionale, come la Moneta Fiscale proposta tra gli altri dal compianto Luciano Gallino[3]. Solo così si potrà finanziare una politica espansiva a favore del lavoro e dell’occupazione.

La Moneta Fiscale è un titolo denominato in euro e convertibile in euro utilizzabile per pagare le tasse dopo due anni dall’emissione. E’ del tutto compatibile con i trattati e le norme europee, perché in campo fiscale lo stato italiano è ancora sovrano e perché l’emissione di questi titoli di credito non crea debito pubblico. La moneta fiscale si autofinanzia grazie alla crescita del PIL.

Il governo italiano potrebbe e dovrebbe emetterli in piena autonomia per rilanciare l’economia e l’occupazione in Italia, sfuggendo alla terribile morsa di Bruxelles e Berlino. Grazie alla moneta fiscale si potrebbero finanziare le famiglie (soprattutto quelle a basso reddito) e le imprese. Si potrebbero alimentare i consumi e gli investimenti.

Con la moneta fiscale si potrebbero finalmente effettuare investimenti pubblici per istruzione, ricerca, sanità, riassetto idrogeologico, ecc, fare politica industriale e mantenere le industrie strategiche sotto il controllo nazionale. Sarebbe possibile incentivare uno sviluppo economico sano, fondato sulla conoscenza e sulle energie pulite. L’ossigeno monetario ci farebbe uscire dalla trappola della liquidità, e grazie al moltiplicatore keynesiano, il debito pubblico non aumenterebbe: con la crescita del PIL, diminuirebbe il rapporto debito/PIL. La moneta complementare potrebbe poi essere adottata dagli altri paesi europei.

Un fatto è certo: se gli stati europei continueranno a seguire passivamente e docilmente le politiche suicide dell’Unione Europea, la crisi continuerà fino a precipitare. E, senza opposizione efficace e proposte concrete da parte delle forze progressiste, senza politiche di riscossa nazionale, le destre scioviniste e xenofobe domineranno minacciosamente la rivolta contro questa Europa della finanza speculativa.

Enrico Grazzini

NOTE

[1] Susan Strange “Denaro impazzito. I mercati finanziari: presente e futuro”, edito da Einaudi, 1999; e “Chi governa l’economia mondiale? Crisi dello Stato e dispersione del potere”, edito da Il Mulino, 1998

[2] “Alberto Bagnai “Il tramonto dell’euro” Imprimatur Editore, 2012

[3] Vedi eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall’austerità senza spaccare l’euro”, 2015, a cura di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini, con la prefazione di Luciano Gallino.

(da Micromega, 19 ottobre 2016)

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Dario Fo: “Io, populista e me ne vanto”

 

C’era da aspettarselo, ma è successo anche questo: mi hanno dato del populista. È accaduto sulle pagine de “l’Espresso” di domenica 21 agosto 2016 . L’autore dell’articolo dove tranquillamente mi si affibbia questo termine è Marco Belpoliti. Il mio detrattore insegna Sociologia della letteratura e Letteratura italiana all’Università di Bergamo. Il letterato impiega il termine “populista” nell’accezione negativa in voga da qualche anno in Italia, cioè quella di considerare il populismo una sorta di pretestuoso espediente per imbonire furbescamente una comunità di semplici creduloni facili ad essere gestiti con qualsiasi argomento. Ora mi sembra strano che un docente universitario si sia lasciato andare ad un uso così smaccato di una parola tanto palesemente mistificata. Ma che origine ha in verità questa espressione?
Basta andare su una delle tante enciclopedie di prestigio per venire a sapere quanto segue: “populismo” indica un’ideologia caratteristica di movimento politico o artistico che vede nel popolo un modello etico e sociale e il rispetto di ogni individuo che faccia parte di una comunità civile. Il movimento precursore di questa idea di democrazia può essere riconosciuto nella rivoluzione francese e ancor prima negli scritti di Jean-Jacques Rousseau. Quel suo primo testo ha inizio con un’aspra critica della civiltà come causa di tutti i mali e delle infelicità della vita di molti uomini, temi che saranno sviluppati dal “Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini”. Nel suo libro “Il contratto sociale”, inoltre, Rousseau afferma che «qualunque legge che non sia stata ratificata dal popolo in persona è nulla, non è una legge».

Questo stesso tema ha costituito la base del pensiero di Gianroberto Casaleggio fondatore con Beppe Grillo del Movimento 5 Stelle. Marco Belpoliti se la prende con me per lesa maestà di cosce ministeriali e, punitivo, parte alla ricerca dei miei peccati. Bontà sua riconosce la mia professionalità, ma aggiunge maliziosamente che ho avuto vita facile perché a differenza di altri grandi intellettuali non mi sono mai preso il rischio di agire in solitudine andando contro corrente e prendendo posizioni scomode. Beh, che un giornalista che, è evidente, si schiera come strenuo difensore di chi sta al governo e pone questioni sul coraggio degli altri fa come minimo tenerezza… Che io sappia stare dalla parte del governo di questi tempi non è una posizione molto audace… Comunque secondo Belpoliti me la sono presa comoda. Mentre Sciascia, Pasolini e Sartre hanno avuto il coraggio della solitudine io mi sarei sempre schierato andando sul sicuro, protetto da potenti movimenti di opposizione.

Il Belpoliti nella sua concione tace naturalmente dei nostri esordi, miei e di Franca, di rapporti un po’ difficili con il potere, come nell’occasione vissuta da noi due intellettuali fuori regola nel nostro scontro con la Rai. Scontro che terminò con la cacciata per ben quindici anni da ogni programma radiofonico e televisivo per aver denunciato per la prima volta nella storia della Rai gli incidenti sul lavoro che producevano vittime come fosse una guerra. E sempre per la prima volta abbiamo parlato anche di mafia, il tutto nella trasmissione “Canzonissima” dopo sette puntate. Infatti è stato molto comodo per me e per Franca portare nelle case del popolo spettacoli critici con il Pci alla presenza degli stessi dirigenti e subire il conseguente ostracismo della parte più rigida del partito. Come finì era da aspettarcelo, fummo pregati di uscire dalle Case del popolo, poiché la nostra critica era deleteria all’unità del partito.

Poi ci fu la stagione in cui la polizia decise di metterci ai polsi le manette e porci in arresto e in galera. E quindi i processi, le bombe a casa e in teatro, la nascita di Soccorso Rosso, l’assistenza ai compagni arrestati, la difesa dei diritti civili, il rapimento e le sevizie a Franca. Certamente facevamo parte di un grande movimento, ma non vedo come si possa affermare che questa partecipazione ci abbia garantito sonni tranquilli. Scrivere una cosa qualsiasi, pur di dare addosso, si può fare… Ma un minimo di aderenza ai fatti forse sarebbe dignitoso.
L’autore del libello mette in scena ad un certo punto Jean-Paul Sartre, inserendolo fra gli intellettuali che operavano in solitudine. Si vede benissimo che Marco Belpoliti non ha mai incontrato di persona l’inventore dell’esistenzialismo. Io personalmente, al contrario, ho avuto con Franca questa fortuna.

Siamo rimasti in contatto con lui per molto tempo, in quanto avevamo progetti di lavoro da realizzare insieme. La prima volta che ho avuto la fortuna di ascoltarlo fu alla Sorbonne dove teneva una lezione in un’enorme sala traboccante di giovani che bevevano letteralmente le sue parole. Il tema di quella lezione era l’impiego della situazione nel teatro popolare. Che significa “situazione”? è la chiave portante di ogni spettacolo della Commedia dell’arte, chiave strutturale che coinvolse Molière e perfino Shakespeare.

Infatti di Giulietta e Romeo ognuno ricorda esattamente la chiave di volta di quel dramma: il fatto che fra i due giovani si cali una parete che dice «Voi non potrete amarvi poiché le vostre famiglie sono in lotta cruenta fra di loro». Ma contro ogni logica ecco i due che scavalcano quelle mura invalicabili e si amano rischiando ad ogni passo la morte. Ma dobbiamo ammettere che senza quel veto tragico il loro sarebbe stato un amore del tutto normale. È il contrasto dell’impossibile che crea la spettacolarità e la commozione e questo grazie alla situazione che a sua volta crea il paradosso, il dramma e il teatro popolare.

Ma guarda quante volte la parola “popolo” esce nei discorsi sulla cultura! Quello del populismo è proprio un movimento infinito! Nel dibattito c’era chi prendendo la parola tentava di dimostrare che quella del popolo non fosse cultura, ma piuttosto un’imitazione dell’arte delle classi elevate. Volarono naturalmente, fra i presenti, espressioni piuttosto pesanti, l’una contro l’altra fazione e Sartre ad un certo punto chiese la parola, la ottenne ed esclamò: «Questa sì che è dialettica! Finalmente sento i conservatori indignati, ma privi di argomenti validi. Ecco perché mi piace dialogare con un pubblico eterogeneo e ricco di idee diverse come voi siete. La parola è davvero il mezzo più intelligente che abbia creato l’uomo». E c’è ancora chi chiama solitario l’agire di un intellettuale come Jean-Paul Sartre.

E visto che l’articolista scrive di coraggio e di andare controcorrente, potrebbe misurarsi con un inventario degli intellettuali che hanno criticato con l’impeto distruttivo di una piuma, oppositori che non hanno mai perso un giorno in tv e sui giornali importanti, che non hanno mai rischiato neppure un buffetto.

(da L’Espresso, 16/8/2016)

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Il fallimento del Jobs Act: finiti gli incentivi rimangono voucher e precariato

 

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di Marta Fana da Il Manifesto del 26.8.2016

Sono impietosi gli ultimi dati dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps: si assiste a un crollo dei contratti a tempo indeterminato, bilanciato da un aumento dei contratti a termine e di un sempre più diffuso utilizzo dei voucher.


Nei primi sei mesi del 2016, le cessazioni di rapporti di lavoro a tempo indeterminato superano le nuove assunzioni facendo registrare un saldo negativo di 120.253 unità, un dato di gran lunga inferiore ai numeri relativi allo stesso periodo del 2015, in cui i nuovi contratti netti a tempo indeterminato erano 131.502. Il dato dipende esclusivamente dalla riduzione delle assunzioni, -33% rispetto al 2015; le cessazioni quest’anno non superano quelle del primo semestre dell’anno appena trascorso.

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Inoltre, fin qui, la dinamica complessiva del tempo indeterminato fa peggio anche del 2014, anno in cui il Jobs Act (Decreto Poletti a parte) e gli sgravi erano soltanto un annuncio. Nonostante la contrazione delle assunzioni a tempo indeterminato si distribuisca su tutte le categorie di lavoratori, coloro che ne risentono maggiormente sono le donne e i giovani fino ai 29 anni. Inoltre, dei nuovi contratti a tempo indeterminato, solo il 57,6% è a tempo pieno (era il 59,3% nel 2015). Dal punto di vista qualitativo, è il commercio a trainare le assunzioni, lo stesso che chiede e impone con la contrattazione aziendale condizioni peggiorative per i lavoratori.

Rallentano anche le trasformazioni di contratti a termine in contratti a tempo indeterminato, -37% rispetto al 2015, anch’esse inferiori rispetto ai valori del 2014. È questo uno dei dati più eclatanti che il rapporto Inps fa emergere: l’effetto di stabilizzazione dei precari con contratti a termine una volta finiti gli sgravi si è interrotto.

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Qui, il ruolo del Jobs Act emerge solo nei mesi di marzo e aprile 2015. Ne è ulteriore prova l’andamento dei contratti di apprendistato che nel primo semestre di quest’anno si mostra costantemente crescente, contrariamente a quanto avvenuto un anno fa. Di nuovo, l’interpretazione più immediata e forse plausibile va rintracciata nella legge di stabilità 2015 che escludeva l’apprendistato dagli sgravi, facendone quindi venir meno il suo carattere di contratto più vantaggioso in termini di costi. Ora che gli sgravi sugli altri contratti sono diminuiti, le aziende trovano conveniente usare l’apprendistato come forma di contratto di inserimento verso una posizione formalmente a tempo indeterminato.

Quel che rimane quindi è il lavoro precario, contratti a termine e voucher. I primi aumentano del 24% nel confronto con il 2015, dato trainato da un netto calo delle cessazioni, mentre le assunzioni aumentano di un esiguo 0,6%. Anche in questo caso emerge il ruolo che gli sgravi contributivi del 2015 hanno giocato sulla dinamica contrattuale: nel 2015 le cessazioni di rapporti a termine erano funzionali alle trasformazioni che avrebbero beneficiato della decontribuzione.
Infine, il dato sui voucher, quello più allarmante: tra gennaio e giugno di quest’anno ne sono stati venduti 69.899.824, in aumento del 40% rispetto a un anno fa e del 145% rispetto al 2014. Un dato che si commenta da sé ed esprime la deriva del mondo del lavoro italiano, sempre più usa e getta, strappato alla sua funzione collettiva e democratica. In queste condizioni, non dovrebbe stupire la stagnazione dell’economia italiana, così come non può trovare altra spiegazione il dato della povertà dei giovani italiani, la categoria che più tra tutte subisce lo sfruttamento a mezzo di voucher, sempre più imbrigliati da una vita non più precaria ma ormai occasionale e accessoria.

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Kapalbyon al tempo dei terremoti

chicco testa capalbioIntanto, sul nostro nobilissimo pianeta Kapalbyon accadono cose che voi merdacce umane non potete immaginare. Il Gran Consiglio della sinistra perbene e paracula ha assegnato il premio per la saggistica a Sua Eccellenza Giorgio Napolitano. E’ come se voi terrestri periferici e coatti conferiste l’Oscar per la castità a Rocco Siffredi o un cavalierato a Vittorio Sgarbi per la buona educazione. Il Presidente Emerito, nella sua lunga vita, non ha mai partorito un abbozzo di pensiero critico ma è riuscito a costruire una strabiliante carriera saltando su tutti i carri del vincitore transitati negli ultimi 60 anni, dai carri sovietici in gita a Budapest a quelli del liberismo trionfante del nuovo millennio passando per il carro allegorico del modernismo craxiano. E’ un maestro di vita e ci rappresenta tutti. Un gigante del politicamente corretto. Qui da noi populismo e razzismo non hanno cittadinanza. I migranti bisogna accoglierli, non rubano il lavoro agli italiani; non si è mai visto un marocchino diventare direttore del telegiornale o presidente dell’Inps. Qualcuno, per la verità, è stato sorpreso a bighellonare per le strade di Kapalbyon, e non sta bene; è giusto offrire delle opportunità ma qui non ci sono pomodori da raccogliere.

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Poco furbi, siamo inglesi.

brexitTu volevi fare l’italiano ma non sei nato in Italì, povero pollo di un Cameron! Fai la voce grossa in Europa per favorire l’oligarchia economico-finanziaria e nel tuo partito per indebolire gli avversari, poi il referendum lo indici per davvero e lo perdi. Un rischio altissimo, in questa mal congegnata Europa nella quale i popoli non hanno mai voce, dove si entra sempre dalla finestra e si può uscire solo dalla porta della democrazia. I tuoi connazionali, per motivi più o meno nobili, non si sono lasciati sfuggire l’occasione.
Da noi, devi sapere, la furbizia è una forma d’arte, come la lirica e l’evasione fiscale. Da noi i referendum pericolosi per le lobbies vengono oscurati dai media e collocati in date infami, quelli “buoni” invece si preparano con cura oscurando le ragioni della parte avversa. Il nostro Renzi – l’europeista blairiano con marcato scappellamento a destra e ancora più marcata allergia al voto, che fa il leone a Roma e il coniglio a Berlino – in queste cose è un vero maestro. Ma abbiamo esempi ancora più fulgidi: l’inarrivabile Bossi con la minaccia del referendum sulla secessione è riuscito a camparci per 20 anni e alla grande, col cuore a Varese e il culo sulle poltrone romane. Prima di fare quella monumentale cappellata della consultazione popolare, caro Cameron, dovevi venire qui da noi a fare uno stage. Voi avete inventato la democrazia nuda e cruda, noi siamo il paese degli stilisti.

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“Matteo, prova a sederti al mio posto”

piero_fassinoNella Russia di Stalin i politici caduti in disgrazia sparivano immediatamente dalle foto ufficiali. Qualcosa di simile è accaduta al povero Piero Fassino sconfitto alle elezioni. Dopo l’approfondita (!) analisi del Capo sui risultati di Torino (“Gli elettori hanno preferito i volti giovani”) sulla homepage di Repubblica, la Pravda del renzismo, compare la foto di uno sfatto Fassino seduto su una panchina ai giardinetti. Sui volti giovani naturalmente ci sarebbe tanto da dire – la giovane Valente a Napoli è stata un disastro, l’anziano Bernie Sanders ha entusiasmato i giovani alle primarie americane – ma qui vorrei semplicemente esprimere, senza alcuna ironia, la mia solidarietà umana a Piero Fassino. Nella speranza che, da quella triste panchina, lanci la sua terza terrificante profezia:”Matteo, prova a sederti al mio posto”.

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Lo squadrista grillino e il gramsciano del post accanto

gramsciMa sei per caso diventato grillino? Tu qouque? La domanda mi viene posta con una certa frequenza, e in qualche caso con i toni allarmati di chi vede nel M5S il nuovo fascismo in marcia contro le istituzioni democratiche, immagine del resto speculare a quella dell’esercito pentastellato della salvezza. La prova inequivocabile del Dna fascista dei 5stelle sarebbe racchiusa in una frase profetica  di Gramsci (riportata qui sopra) che va per la maggiore sui social. In pratica, la foto-tessera di Beppe Grillo scattata con un secolo d’anticipo. La storia che si ripete. Il fascismo alle porte. Ora, non me ne vogliano questi amici, ma decontestualizzare Gramsci per farne un anti-cinquestelle ante litteram mi sembra sciocco, superficiale e anche un tantino paranoico. Lasciamo in pace Gramsci, a mortificare il suo pensiero provvedono già  tutti i giorni i contafrottole dell’Unità. Lasciamo perdere i gramsciani di facebook, quelli da tre righe e via. Antonio Gramsci ci ha lasciato un’analisi lucida e impietosa dei caratteri culturali e politici delle nostre classi dirigenti e sul blocco sociale tra oligarchie e ceti medi che portò il fascismo al potere. Oggi i poteri forti si sono evoluti e agiscono in sinergia con le tecnocrazie finanziarie sovranazionali per spazzare via i diritti, lo stato sociale, la partecipazione democratica, la costituzione nata dalla Resistenza. Il M5S, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, con tutte le sue semplificazioni e il suo pressapochismo, sta dall’altra parte della barricata, ed è una barricata molto fragile. La storia che si ripete non è quella del ducetto genovese che marcia su Roma. E’ quella della grande crisi che si fa strutturale, e nella quale le nostre esistenze rischiano di rimanere invischiate. La storia che si ripete, secondo Marx (il quale, sempre sia lodato, non ha anticipato nulla sui grillini), la seconda volta si presenta in forma di farsa. Teniamo quindi, gramscianamente, la mente fredda e non trasformiamo il confronto delle idee in risse da saloon. Stiamo vivendo la farsa dolorosa della postdemocrazia e delle sue virtù rigeneranti, evitiamo almeno di contribuire a scriverne la sceneggiatura.

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Il pane (la pasta) e le rose

ulleto“We want bread and roses too”.
Vogliamo il pane ma anche le rose. Era lo slogan gridato dalle operaie tessili di Lawrence, Massachusets, nel 1912, durante uno sciopero per chiedere salari più alti e migliori condizioni di vita. Erano quasi tutte immigrate, molte di loro di origine italiana. Era italo-americano anche Arturo Giovannitti, il dirigente del sindacato rivoluzionario IWW che organizzò la protesta. Lo sciopero, nonostante la dura repressione, ebbe successo e lo slogan “Il pane e le rose” divenne patrimonio del movimento operaio internazionale ed anche una canzone interpretata, negli anni ’70, da vari artisti. Vi racconto questa storia per dire che a volte le utopie si realizzano.

Giugno 2016. E’ passato un secolo, da Lawrence spostiamoci a Napoli. Il partito che ha ereditato le tradizioni del movimento operaio oggi il pane (ma anche la pasta, i biscotti, la salsa) ve lo porta a casa in cambio del voto. Non c’è bisogno di scendere in piazza col rischio di beccarsi qualche manganellata; il socialismo è servito a domicilio, come la spesa dell’esselunga.
Qualcuno storce il naso ma viene prontamente zittito.”Noi facciamo cose di sinistra”, rivendica con orgoglio il Partito. Il compagno Segretario, però, ha assunto una posizione piuttosto ambigua: vuole mandare un commissario a Napoli e minaccia di intervenire, dopo le elezioni, “col lanciafiamme”. Contro chi non si è capito bene. La polizia di Lawrence aveva le idee più chiare.

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La preminenza del bidet

bidet3Da noi si chiama Jobs Act, in Francia Loi Travail. E’ la riforma regressiva del lavoro che riduce diritti, salari e potere contrattuale dei lavoratori. Sia in Italia che in Francia governa il centrosinistra, a testimonianza del fatto che dopo il crollo del Muro di Berlino, che ha annientato il comunismo  e iscritto le socialdemocrazie tra i dispersi, i governi “progressisti” sembrano i meglio attrezzati a guidare il ritorno al passato camuffato da slancio verso il futuro. Le analogie tra Francia e Italia finiscono qui. Sorvoliamo pure sulla stravaganza, tutta francese, di chiamare le leggi con nomi francesi e veniamo al dunque: in Italia il Jobs Act è passato senza colpo ferire, in Francia la lotta dei lavoratori va avanti da settimane e non è stata fermata neanche dagli Europei di calcio. In Italia, a dar retta ai maligni, durante un mondiale di calcio si potrebbero tranquillamente varare riforme come la servitù della gleba a sostegno dell’agricoltura biologica o lo jus primae noctis contro il calo demografico: se ne accorgerebbero in pochi e non scenderebbe in piazza nessuno. Nei giorni più caldi della protesta francese, i segretari dei maggiori sindacati italiani gioivano come scolaretti per essere stati ricevuti dal governo e la stampa benpensante, cioè quasi tutta la stampa italiana, dedicava distratti e spocchiosi commenti alla rivolta francese, stigmatizzandone il carattere statalista e conservatore; compiaciuta, una volta tanto, della nostra superiorità sui cugini d’oltralpe. Noi sulla strada delle riforme siamo più avanti, basta complessi di inferiorità. E poi li abbiamo anche sconfitti ai Mondiali. Loro avranno pure inventato il bidet, ma siamo stati noi a diffonderlo nel mondo oltre che a farne un uso abituale, rinfrescando le parti basse persino più di quelle alte, sia pure con l’effetto collaterale di una minore prontezza di spirito. Ma che ce frega, magari vinciamo l’Europeo.

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Mastella, cosa gli hai fatto?

CLEMENTE3Sconcerta, sì: perché, per coerenza e rigore logico, sembra Gasparri ma è Benigni. Col cuore voto No, con la mente voto Sì. E’ la Costituzione più bella del mondo ma si può cambiare, sempre parole sue, con una Riforma pasticciata. E giù critiche e insulti contro il malcapitato Benigni alias Johnny Lecchino, e la famosa foto con Berlinguer in braccio esibita come una Sindone violata. Alt, ragazzi. Fermiamoci un attimo e lasciamo da parte Berlinguer e gli insulti al presunto traditore, perché nella vita un uomo può cambiare idee e tutto il resto, fatti salvi il barbiere e la squadra di calcio. Cambia la società, cambia il contesto culturale, cambiano le fotografie. Voglio proporne una, ingiustamente dimenticata, che ritrae il Benigni nazionale, icona irriverente e geniale, in braccio al Mastella nazionale, il Muhammad Ali dei voltagabbana, uno che si guarda allo specchio e poi chiama il 112 perché ha un intruso in casa. Fermiamoci un attimo a guardarla e facciamo un po’ di sano complottismo, perché è sul balcone di casa Mastella che deve essere accaduto l’irreparabile, e da lì che forse è iniziata la lunga marcia da Benigni a Scilipoti. E la domanda, spontanea, ineludibile, drammatica è: – Mastella, cosa gli hai fatto?

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C’è chi dice Sic!

berlinguerFatevene una ragione: Enrico Berlinguer si è schierato con Renzi. Quel rompicoglioni di Pertini, invece, non si è presentato alla seduta spiritica.

Riepilogando, sono favorevoli alla riforma costituzionale di Renzi: Nilde Jotti, Enrico Berlinguer e Pietro Ingrao. Ancora indecisi: Silvio Pellico, Pietro Micca e Carlo Pisacane.

Chiedo scusa a Giuseppe Dossetti, un altro Grande schierato col Si al referendum. E’ morto nel 1996 ma – assicura Renzi a Repubblica tv – ha lasciato un pizzino.

Tutti i Grandi Vecchi del passato schierati con Renzi. Fossi in Napolitano mi schiererei per il No: non è un Grande ma è piuttosto anziano.

Renzi col referendum si gioca tutto. Si è formato alla Ruota della Fortuna e sa che una carriera politica, alla fine, è tutta una questione di culo. La riforma costituzionale l’ha fatta ed è ancora al governo. Licio Gelli, per averla solo pensata, è finito in galera.

 

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Lettera ai miei figli: le bugie di una madre lavoratrice

Le Donne Visibili

Una madre scrive alla figlia per confessarle le bugie che una madre lavoratrice è costretta a dire.  "Le ali degli angeli raffreddano i poeti" (A.Merini)  Dipinto di Elisabetta Trevisan. Una madre scrive alla figlia per confessarle le bugie che una madre lavoratrice è costretta a dire.
“Le ali degli angeli raffreddano i poeti” (A.Merini) Dipinto di Elisabetta Trevisan.

Siamo onorate di pubblicare una lettera che ci ha inviato una lettrice che si firma “una mamma”. Non aggiungiamo commenti a questo testo che ci ha veramente colpite per la sua chiarezza e onesta, aspettiamo con ansia le vostre opinioni. 

Si discute tanto di bonus bebè e allora vorrei scrivere una lettera ai miei figli in modo che quando saranno grandi capiranno tante cose che oggi non ho il coraggio di dirgli.

Non ho detto a mia figlia che mi hanno licenziata quando lei aveva appena un anno. Non le ho detto che durante la maternità mi avevano sostituita con un altro, uomo guarda caso, a cui ho dovuto insegnare il lavoro e che poi si è tranquillamente sostituto a me. Per fortuna subito dopo…

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Il funerale di padre Giacinto (detto Marco) da Calcutta

pannellaSepolto da una nube di incenso tossico, il povero Pannella. Il circo politico-mediatico è tanto cinico da salire sul carro del vincitore, quanto emotivo, o furbo, da accodarsi al corteo funebre della chiacchiera in libertà (cosa non si fa per un trafiletto!). Politicanti di ogni colore che esplorano tutti i registri della retorica, giornali e tv che titìllano  ogni sfumatura del conformismo mediatico: tutti, dal cardinale alla rockstar, a specchiare un frammento del proprio narcisismo nella grande anima del caro estinto. Da vivo stava sulle scatole un po’ a tutti, il leader radicale – e non senza motivo. Da morto è diventato – per tanti, forse troppi – uno di noi. Un padre della Patria: per i bacchettoni di destra, quelli che “lo spinello, Cicciolina, Toni Negri”; per quelli di sinistra, i gramsciani alla matriciana, quelli che “senza di lui non avremmo il divorzio e la legge sull’aborto”, come se un popolo bue, e non una società in trasformazione,  aspettasse solo un messia abruzzese per incamminarsi sulla via dell’emancipazione civile. Marco Pannella ha combattuto cause giuste (diritti civili, laicità delle istituzioni, antiproibizionismo) e i suoi meriti vanno riconosciuti, ma non era Gandhi e neanche MLK. Non facciamone un santo, Giacinto detto Marco era un italiano vero: un generale senza esercito col vezzo di appuntarsi medaglie di grandiose battaglie di cui si proclamava, inopinatamente, comandante supremo; un politico cinico e opportunista pronto a mettere la logorrèa del suo vangelo liberale al servizio di grandi mascalzoni  come Berlusconi e Craxi, e non sempre per fini commendevoli.
Alcuni giudizi fuori dal coro della beatificazione (un avventuriero che qualche volta è stato dalla parte giusta) sono ingenerosi; perciò, volendo tenermi alla giusta distanza tra denigratori e incensatori, affido il mio personale epitaffio alla penna mirabile di un altro navigatore spericolato della palude italica, Indro Montanelli. «Non posso, e credo che nessuno debba dimenticare, alcune battaglie per i diritti civili (dico “alcune”, non tutte) condotte con un coraggio e una pervicacia pari soltanto alla ciarlataneria di cui lui irrefrenabilmente le condisce. Fra i tanti tappeti messi in vendita da questo ineguagliabile magliaro ce ne sono tanti falsi. Ma ce ne sono anche di autentici».
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“Il Ttip trasferisce il potere alle multinazionali e svuota le democrazie”

di GIULIANO BALESTRERI

crouchGoverni svuotati di potere e significato. La democrazia che cede il passo all’oligarchia delle multinazionali. Addio alle politiche social-democratiche che hanno fatto la storia dell’Europa per lasciar spazio al neo liberismo. E’ l’epilogo temuto da Colin Crouch sociologo e politologo britannico celebre per aver coniato il termine “postdemocrazia” nell’omonimo libro in cui teorizza il futuro delle democrazie avanzate. In Italia per partecipare al Festival “Fare la pace” di Bergamo fino a 15 maggio, Crouch punta il dito con il Ttip, il trattato transatlantico di libero scambio tra Europa e Stati Uniti, che “servirebbe ad aumentare le tutele di consumatori, ma invece viene usato solo per ridurle”. E critica l’Unione europea perché “ha dimenticato l’eredità delle Commissioni Delors e Prodi fondate sul compromesso tra liberismo e socialdemocrazia per interessarsi solo al liberismo. leggi l’articolo

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Se siamo nati per credere, da dove vengono gli atei?

di VITTORIO GIROTTO

albaPerché milioni di persone non credono nell’esistenza di entità sovrannaturali? Si tratta di una domanda relativamente nuova per la ricerca scientifica. Per molto tempo infatti i ricercatori si sono occupati solo della domanda complementare: perché in tutte le culture umane si sono sviluppate e diffuse credenze nel sovrannaturale e in particolare credenze religiose? E per molto tempo tale domanda ha trovato risposta nella tesi secondo cui le credenze religiose svolgono una funzione sociale adattativa, cioè favoriscono la cooperazione, l’altruismo, e la coesione nei gruppi (Bering, 2006; Wilson, 2003). È una tesi plausibile ma, come tutte le spiegazioni funzionali dei fenomeni religiosi, limitata. È possibile infatti che le credenze religiose contribuiscano al mantenimento dei legami sociali: credere in una divinità che punisce i comportamenti non sociali può rendere meno probabili questi ultimi, aumentando così la fiducia tra i membri di un gruppo. La loro presunta funzione sociale, però, non ne spiega l’origine. Credere in un’autorità secolare che punisce i comportamenti non sociali potrebbe ugualmente renderli meno probabili. Perché allora la selezione naturale, per favorire la vita sociale, avrebbe sviluppato proprio le credenze religiose?   leggi l’articolo

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Quelli che ‘l’euro era giusto, ma il cambio era sbagliato’

di Alberto Bagnai

Paolo Cirino Pomicino sostiene che l’entrata nell’euro non fu di per sé un errore: l’errore fu entrarci al cambio sbagliato. Alla richiesta di precisare quale sarebbe stato quello giusto, precisa: “poco più della metà”. Insomma, il cambio corretto, secondo Cirino Pomicino, sarebbe stato di circa 1000 lire per euro (la conversazione, se interessa, è qui).

Qualcuno penserà: “Chiacchiere del sabato sera!”, e tirerà dritto. Sbaglierebbe. Quello che vi ho appena mostrato è in effetti un documento storico sconvolgente, e, se vorrete seguirmi, proverò a spiegarvi perché…. leggi l’articolo

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Linux è un fallimento?

linuxSi! Senza ombra di dubbio, Linux dedicato ai comuni sistemi desktop, portatili e mobili in genere, per ora, è un assoluto fallimento!

E’ inutile nascondersi o far finta che non sia così, è ora di scendere dal finto piedistallo, utilizzare un pò di umiltà ed ammetterlo. Da sostenitore del Software Libero e di Linux, non posso non constatare come il pinguino(Linux) stia andando nella direzione sbagliata.

In questo articolo voglio raccontarvi il mio punto di vista sugli scarsi progressi che le distribuzioni di Linux hanno compiuto negli anni e su come, volendo, Linux potrebbero diventare Veramente un serio concorrente di Windows, di Android e di tutti i sistemi operativi utilizzata dalla maggior parte delle persone…. leggi l’articolo

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A Natale vado a lavorare

La Lega Nord ha presentato una proposta di legge che prevede, per gli insegnanti che non si riconoscono nei valori cattolici, l’obbligo di andare a lavorare durante le vacanze di Natale. Come insegnante non cattolico mi ritrovo in perfetto accordo con la proposta leghista; non solo, aggiungo che l’obbligo andrebbe esteso a tutte le festività religiose, da Pasqua alla festa del santo patrono. E questo per le seguenti buone ragioni.

  1. Durante le feste natalizie tutti gli studenti restano a casa, anche quelli non cattolici, i quali, nel caso, provvederebbero tempestivamente  a convertirsi. Per l’insegnante non cattolico lavorare in un’aula vuota sarà una pacchia.
  2. Il numero dei giorni lavorativi non può essere fissato in base all’orientamento religioso, quindi l’insegnante miscredente avrà diritto a recuperare quei giorni in estate o in periodi in cui i suoi colleghi cattolici lavoreranno davvero.
  3. In coerenza con lo spirito della legge musulmani ed ebrei dovranno lavorare di domenica, i vegetariani il martedì grasso, i monarchici il 2 giugno e i fascisti il 25 aprile.
  4. I leghisti non si riconoscono nei valori nazionali, quindi sempre per una questione di coerenza, magari accompagnata da una leggina su misura, dovrebbero saltare tutte le feste, civili e religiose, previste dallo stato italiano e osservare solo quelle padane.

Poi ci sarebbe il capo dei leghisti che a lavorare non ci va neanche nei giorni feriali, ma qui si entra nel campo della normativa europea, che non prevede sanzioni per gli assenteisti. Nell’unica Europa che piace a Salvini è sempre Natale.

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Ministro Poletti, misuriamo il lavoro in litri!

poletti ministroSotto la folta zazzera che ricopre il cranio del ministro del Lavoro Poletti lavora una mente rivoluzionaria. “L’orario di lavoro è un vecchio attrezzo”. Ci voleva, qualcuno che lo dicesse a chiare lettere. Se poi è la stessa persona che ci spiega che le tutele crescenti per i lavoratori funzionano solo se si smantellano quelle già cresciute, ancora meglio. L’orario di lavoro, più che vecchio, è un attrezzo antico, snobbato dai principali modelli produttivi che hanno segnato la storia dell’Occidente. Gli schiavi dell’antica Roma costruivano opere mirabili che hanno sfidato i secoli lavorando poeticamente dall’alba al tramonto. Lo stesso dicasi per quelli che raccoglievano cotone in Alabama in tempi più recenti mentre, al giorno d’oggi, un concetto aleatorio di orario di lavoro consente ai Paesi emergenti di togliere dalla strada e dalla cattive compagnie milioni di ragazzini. E la crescita economica, da quelle parti, è spettacolare. Da noi abbiamo appena iniziato, con le commesse che lavorano di notte nei centri commerciali deserti. C’è ancora molta strada da fare.

Il lavoro misurato in ore è un anacronismo, un ferrovecchio. Non si contribuisce al risultato con la stessa intensità, con la stessa energia. C’è chi spreme molto sudore e chi qualche goccia, quindi sarebbe meglio misurare il lavoro in litri. Una unità di misura democratica, uguale per tutti, ma anche meritocratica, perché oltre alla quantità va riconosciuta la qualità. Litri di sudore per le classi subalterne e litri di champagne per i creativi, i capitani coraggiosi, i montezemoli e i marchionni che, tra un aperitivo e l’altro, trovano il tempo della pennellata di genio sui destini della Nazione. Per i ministri che vengono dal popolo e dal glorioso partito comunista, invece, litri di lambrusco. Ce ne vogliono parecchi, prima di avvistare l’orizzonte della modernità.

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Terrorismo: l’intelligence di Alfano disorienta l’Isis

alfano isis1Il Giubileo si farà e sarà un successo. Il terrorismo si accanisce contro la Francia perché in Italia opera l’intelligence di Alfano che, come tutti i miracoli italiani, funziona benissimo e  disorienta non poco le cellule estremiste nostrane, dormienti o insonni che siano. Il terrorismo non si sconfigge con la guerra convenzionale; bisogna batterlo sul suo terreno, prosciugare il suo brodo di cottura, e l’Italia è l’unico paese occidentale che può vantare un ministro dell’Interno che ha partecipato attivamente ad un sequestro di persona. In Kazakistan Angelino Alfano è più popolare di Cristiano Ronaldo. Uno tosto, per i tagliagole dell’Isis; determinato e imprevedibile, te lo ritrovi di fronte quando meno te l’aspetti: se gli hooligans olandesi sfasciano la fontana del Bernini a Roma, lui manda la polizia a manganellare gli operai a Terni. Con uno così non c’è lotta. Duro, efficiente ma anche prudente. “Contro il terrorismo nessun paese è a rischio zero”. Noi però, rispetto agli altri, siamo molto più vicini allo zero. Grazie ad Angelino e al suo prodigioso quoziente di intelligence.

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Attentati Parigi, Houellebecq: «Io accuso Hollande e difendo i francesi»

 

Lo scrittore e intellettuale francese Michel Houellebecq:«La situazione incresciosa nella quale ci ritroviamo è da attribuire a precise responsabilità politiche»

houlleAll’indomani degli attentati del 7 gennaio, ho passato due giorni incollato ai notiziari televisivi, senza riuscire a staccare lo sguardo. All’indomani degli attentati del 13 novembre, non credo nemmeno di aver acceso la televisione. Mi sono limitato a chiamare amici e conoscenti che abitano nei quartieri colpiti (e si tratta di parecchie persone). Ci si abitua, anche agli attentati. Nel 1986, Parigi è stata colpita da una serie di attacchi dinamitardi, in vari luoghi pubblici (si trattava dell’Hezbollah libanese, credo, che all’epoca ne rivendicò la responsabilità).

Ci furono quattro o cinque attentati, a distanza di pochi giorni, talvolta di una settimana, non ricordo molto bene. Ma quello che ricordo perfettamente bene era l’atmosfera che si respirava, in metropolitana, nei giorni successivi. Il silenzio, nei corridoi sotterranei, era totale, e i passeggeri incrociavano sguardi carichi di diffidenza. Questo, la prima settimana. Poi, assai rapidamente, le conversazioni hanno ripreso e l’atmosfera è tornata alla normalità. L’idea di un’esplosione imminente era rimasta nell’aria, pesava nella mente di tutti, ma già era passata in secondo piano. Ci si abitua, anche agli attentati. La Francia resisterà. I francesi sapranno resistere, anche senza sbandierare un eroismo eccezionale, senza aver nemmeno bisogno di uno «scatto» collettivo di orgoglio nazionale.

Resisteranno perché non si può fare altrimenti, e perché ci si abitua a tutto. E nessuna emozione umana, nemmeno la paura, è forte come l’abitudine.
Keep calm and carry on. Mantieni la calma e vai avanti. D’accordo, faremo proprio così (anche se – ahimè – non abbiamo un Churchill alla guida del Paese). Contrariamente a quanto si pensi, i francesi sono piuttosto docili e si lasciano governare facilmente, ma questo non vuol dire che siano dei completi imbecilli. Il loro difetto principale potrebbe definirsi una sorta di superficialità incline alla dimenticanza, e ciò significa che periodicamente occorre rinfrescar loro la memoria. La situazione incresciosa nella quale ci ritroviamo è da attribuire a precise responsabilità politiche; e queste responsabilità politiche dovranno essere passate al vaglio, prima o poi. È assai improbabile che l’insignificante opportunista che occupa la poltrona di capo di Stato, come pure il ritardato congenito che svolge le funzioni di primo ministro, per non parlare poi dei «tenori dell’opposizione» (LOL), escano con onore da questo riesame.

Chi è stato a decretare i tagli nelle forze di polizia, fino a ridurle all’esasperazione, quasi incapaci di svolgere le loro mansioni?
Chi ci ha inculcato, per tanti anni, che le frontiere sono un’assurdità antiquata, simbolo di un nazionalismo superato e nauseabondo? Si capisce subito che tali responsabilità sono state largamente condivise.
Quali leader politici hanno invischiato la Francia in operazioni assurde e costose, il cui principale risultato è stato quello di far sprofondare nel caos prima l’Iraq, poi la Libia? E quali governanti erano pronti, fino a poco tempo fa, a fare la stessa cosa in Siria ? (Dimenticavo, è vero che non siamo andati in Iraq, non la seconda volta. Ma c’è mancato poco, e pare scontato che Dominique de Villepin passerà alla storia solo per questo, che non è poco: aver impedito che la Francia per una volta, la sola e unica volta della sua storia recente, partecipasse a un intervento militare criminale – e per di più idiota.)

La conclusione inevitabile è purtroppo assai severa: i governi che si sono succeduti negli ultimi dieci anni (venti? trenta?) hanno fallito penosamente, sistematicamente, pesantemente nella loro missione fondamentale, cioè proteggere la popolazione francese affidata alla loro responsabilità.

La popolazione, dal canto suo, non ha fallito in nulla. In fondo, non si sa esattamente che cosa pensa la popolazione, visto che i successivi governi si sono guardati bene dall’indire dei referendum (tranne uno, nel 2005, ma hanno preferito non tener conto del risultato). I sondaggi d’opinione, invece, sono sempre autorizzati e – per quello che valgono – rivelano grosso modo le cose seguenti: la popolazione francese ha sempre conservato fiducia e solidarietà nei confronti dell’esercito e delle forze di polizia; ha accolto con sdegno i predicozzi della « sinistra morale» (morale?) sull’accoglienza di rifugiati e migranti e non ha mai accettato senza sospetti le avventure militari estere nelle quali i suoi governanti l’hanno trascinata.

Si potrebbero moltiplicare all’infinito gli esempi della spaccatura – oggi abissale – che si è venuta a creare tra i cittadini e coloro che dovrebbero rappresentarli.
Il discredito che oggi colpisce in Francia l’insieme della classe politica è non solo dilagante, ma anche legittimo. E mi sembra che l’unica soluzione che ci resta sarebbe quella di dirigersi lentamente verso l’unica forma di democrazia reale, e con questo intendo dire la democrazia diretta.

(Traduzione Rita Baldassarre)

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Orfini e lo shopping di Gramsci

orfini

I record sono fatti per essere battuti. Nella porno-politica, sport in continua crescita da almeno venti anni, quello della Santanchè che paragona Nicole Minetti a Nilde Jotti sembrava destinato a durare parecchio; invece è stato stracciato, l’altra sera, dal grigio Matteo Orfini, il quale, a domanda sul tetto del contante a 3.000 euro, tira in ballo Antonio Gramsci e la storica questione dell’egemonia. Un carico da undici. Il tocco del fuoriclasse che non ti aspetti da un gregario.

Difficile contare i vecchi comunisti morti di infarto nel corso della serata, però bisogna rendere merito al talento di questo ragazzo brutalmente invitato dal ruvido professor Cacciari ad emigrare ad Orbetello. Oggi, grazie all’imprescindibile download degli aggiornamenti orfiniani, è possibile affermare una nuova visione gramsciana dell’egemonia culturale: il popolo in piazza, armato di rotoloni da 3000 euro, pronto ad assaltare il Palazzo d’Inverno e, coi saldi, anche quello della Mezze Stagioni. Per il Grande Balzo dei consumi e del socialismo. Coi berluscones che stanno a guardare: sconfitti, increduli, smarriti. Non fosse morto giusto 40 anni fa, Pier Paolo Pasolini scenderebbe coraggiosamente in campo, a svelare le tappe e i segni del grande cambiamento. Naturalmente dopo aver provveduto alla revisione critica della sua più famosa opera poetica: Le cómpere di Gramsci, tutte in contanti.

 

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Ponte sullo Stretto, Angelino Alfano scrive a Babbo Natale ma sbaglia l’indirizzo

pontesullo strettoIl ponte sullo Stretto solo per i treni: Angelino Alfano, qualche mese fa, l’aveva proposto in una riunione del governo. Matteo Renzi aveva ascoltato con grande interesse la proposta del suo ministro, rassicuran- dolo con un ampio sorriso e una pacca sulle spalle. “Certo Angelino, faremo anche le Olimpiadi nella Valle dei Templi e l’Esposizione Universale del Ficodindia”. Il tenace statista agrigentino ebbe come l’impressione d’esser preso per il culo ma non si arrese. Scrisse una appassionata letterina a Babbo Natale, corredata di un dettagliatissimo progetto del ponte ferroviario. Solo che qualcosa non è andata per il verso giusto: a sentire i maligni, Alfano avrebbe sbagliato l’indirizzo. La missiva sarebbe finita nelle mani di un personaggio molto potente, assai permaloso nonché ignorante in geografia. Al suo segnale si sarebbe scatenato l’inferno sulle coste della Calabria, trasformando il sogno di Angelino in un incubo per gli incolpevoli calabresi, i quali stavolta non avevano chiesto nessun ponte, neanche quello sulle gomme da masticare.

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Sinodo. Bocciata l’ostia del giorno dopo per i divorziati che trombano

sinodo sulla famigliaCittà del Vaticano. Dopo un acceso dibattito, al Sinodo sulla Famiglia passa per un solo voto la comunione ai divorziati. Da praticare comunque con prudenza, deciderà il parroco, caso per caso. Divorziato buono, divorziato no buono. Al più presto verrà nominato un Commissario per l’Affluenza al Confessionale, onde evitare code e figure di merda tipo Expo. Dal Sinodo grandi novità anche sul piano teologico: riaprirà il Purgatorio, su un isolotto della Terra del Fuoco, ma sarà riservato solo agli omosessuali. Al riguardo la Santa Sede ha deciso di mantenere un basso profilo. Niente pubblicità e niente code. Per visitare il nuovo Purgatorio 2.0 occorrerà prenotarsi con largo anticipo e superare un test, quindi i cattolici adulti saranno accompagnati, uno alla volta, da Roberto Benigni. Tutti gli altri potranno effettuare la visita in piccole comitive, su un barcone guidato da Giuliano Ferrara. Non è previsto, in questo caso, un test di ingresso, ma sarà proibito usare termini come frocio o culattone, pena un tuffo in mare con una macina di mulino appesa al collo.

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Caro tenero Giovanni professore umbro,

 

Ho letto il tuo post infervorato sui 500 euro di Renzi. Li hanno intascati tutti, è vero; anche quelli che “berciavano” contro la riforma e che ora tacciono, col malloppo in tasca, pronti al prossimo piagnisteo”. Una vergogna, dal tuo punto di vista. Il “regalo immenso”, mi par di capire, spetterebbe solo ai servitori fedeli, quelli che una volta correvano in osteria a farsi un quartino alla salute del munifico padrone. Ma quel che conta è che oggi, caro vecchio professore, potrai finalmente correre in libreria  ad acquistare “quei due dizionari di psicologia costosi che puntavo da anni e non mi sarei mai potuto permettere.”

Fossi in te, caro Giovanni, aggiungerei anche un bignamino di economia. Ti aiuterebbe a capire le ragioni di tanti anni di desideri frustrati, di sguardi languidi non ricambiati dagli àlgidi dizionari, di sogni infranti dall’urgenza delle bollette. A confrontare il tuo stipendio, fermo da anni, con le spese del ristorante dell’ex, famelico, sindaco di Firenze: 600.000 euro in quattro anni. Non li metteresti  da parte neppure lavorando tre vite.  Il tono e la sostanza delle tue parole, caro Giovanni, sembrano usciti dalla penna di un ghost writer di governo, ed ho il vago sospetto di parlare ad un collega immaginario. Ma non escludo di rivolgermi ad un collega in carne ed ossa; nel qual caso, sappi che è in arrivo un altro ricco regalo: il rinnovo del contratto promesso dal Caro Leader potrebbe portare nelle tue tasche ben 8 euro lordi al mese. Se e quando arriveranno non è dato sapere, ma son sicuro che li aspetterai con fiducia e gratitudine. Ti consiglio, nell’attesa, di piantonare la pasticceria più vicina e di puntare un bombolone alla crema.

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Tony Blair: “il barboncino di Bush”, il Lenin di Renzi

renzi-con-tony-blair-in-cinaLe politiche austeritarie funzionano meglio se a gestirle sono i governi convenzionalmente di sinistra. Le misure economiche lacrime e sangue perdono quel segno classista e iniquo che solo le destre tradizionali sanno imprimere, mentre le oligarchie finanziarie prendono le sembianze del padre severo ma giusto che vigila sul nostro stile di vita, pronto a manganellarci con chirurgiche riforme al minimo accenno di deviazione. Funziona così in Francia e in Italia. Funziona così anche  in Grecia, che pure meriterebbe un discorso a parte.

Lo stesso accade per le guerre democratiche. Sul rosso, per quanto sbiadito, il sangue quasi non si nota. Pochi anni fa abbiamo bombardato la Serbia, un paese europeo, senza che nessuno (o quasi) protestasse. All’epoca governava il centrosinistra guidato da D’Alema, il quale oggi dice che potrebbe ritirarsi all’estero: al suo posto eviterei Belgrado, da quelle parti hanno la memoria meno corta della nostra. Ma la medaglia d’oro dell’infamia spetta a Tony Blair, l’ex premier inglese teorico della Terza Via, l’uomo che ha  illuminato – re orbo nell’Europa dei ciechi – il cammino delle socialdemocrazie sul finire del secolo scorso. Il maestro di D’Alema, e di Renzi. Il teorico della sinistra vincente quando sposa il programma della destra, anche e soprattutto in tema di guerra. Il Mail on Sunday pubblica una mail segreta datata 28 marzo 2002 nella quale Blair scrive a Bush di essere pronto a sostenere la tesi delle armi di distruzione di massa in possesso di Saddam Hussein. Un anno prima dell’invasione dell’Iraq. Una guerra che non è mai finita, che ha sconvolto i fragili equilibri del Medio Oriente, provocando centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi. Blair è, come il suo sodale americano, un criminale. Solo sul piano morale, ovviamente, poiché i tribunali internazionali sono riservati, al massimo, ai piccoli macellai balcanici.

Il Labour inglese ha preso le distanze (si spera per sempre) da questo personaggio. Ma se in patria Blair è Bush poodle, il barboncino di Bush, in Italia gode ancora di grande popolarità, e non è certo per la sciatteria esteròfila di un Primo ministro che non sa l’inglese, ma lo usa per pronunciare le parole latine (tiutor, sammit) o nominare (Jobs Act) le schifezze nostrane. No, il Blair italiano si specchia, felice come una pasqua, in un popolo già poco avvezzo a fare i conti col proprio passato. Figuriamoci con quello degli altri. Dall’Europa, poi, prendiamo sempre il peggio, anche quando non ce lo chiede nessuno.

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Miracolo in Sicilia: Madonna ride per mezz’ora

paoloL’evento miracoloso sarebbe avvenuto in una chiesetta nelle campagne di Raffadali (Ag). Unico testimone oculare Calogero Lo Cascio, un contadino di 73 anni al quale la Madonna avrebbe confessato di aver appena scoperto Paolo Brosio su Youtube. L’anziano agricoltore sostiene di aver visto la statua della Madonna piegarsi letteralmente in due dalle risate. Numerosi i commenti a caldo nell’isola. Secondo il presidente della regione Rosario Crocetta va escluso qualsiasi riferimento ai premi di produttività riconosciuti ai super burocrati  regionali; per Davide Faraone, esponente di punta del Pd siciliano, si tratta di un effetto collaterale del Jobs Act e dei successi del governo. Non poteva certo mancare la nota dissacratrice: il video, secondo i maligni, non riguarderebbe Brosio e Medjugorje, ma Alfano e il ponte sullo Stretto. Molto critico, dal Continente, Carlo Giovanardi: “Le Madonne serie, quando non piangono, stanno zitte.”

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Coraggio, tutti insieme appassionatamente verso i primi del 900

squinzi renziE’ passato un annetto giusto giusto da quando il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi emetteva il suo sfumato giudizio: “Il governo Renzi realizza tutti i nostri sogni”. Il problema è che da allora l’attività onirica di Squinzi, Confindustria e imprenditori italiani è stata frenetica: la logica prevalente è quella che se si aiutano i padroni (uh, parolaccia), si aiutano anche i loro dipendenti, un sillogismo piuttosto bislacco, a dire il vero, ma accettato come un dogma. Così, per fare un esempio, mentre si mascherano i tagli alla sanità con una variante del Comma 22 (non ti pago gli esami se non sei grave, ma per sapere se sei grave devi fare gli esami), si annunciano tagli alle tasse sui profitti d’impresa. I famosi vasi comunicanti, solo che comunicano in un verso solo: dal pubblico al privato, dal welfare al profitto, dai tanti ai pochi, dal basso all’alto della piramide sociale.
Chissà se prende qualcosa, pillole, gocce, per sognare tanto, ma insomma, sta di fatto: il padronato italiano ha ora un nuovo sogno e il governo si accinge a realizzarlo. Per la verità non è un sogno nuovissimo ma un vecchio pallino: “superare” il contratto collettivo di lavoro e lasciare che ogni azienda se la veda da sé nelle vertenze sui rinnovi contrattuali. Contestualmente, si dovrebbe varare il salario minimo, cioè una linea di semigalleggiamento sotto cui non sarà possibile andare (né campare). Ora, per tradurre in italiano: l’operaio metalmeccanico (poniamo) della piccola media azienda non potrà più contare sulle lotte comuni e condivise di tutti i metalmeccanici, e quindi su una forza poderosa per sostenere le trattative, ma dovrà vedersela col singolo consiglio di amministrazione. Non è difficile immaginare, dunque, che il potere contrattuale penderà clamorosamente dalla parte degli imprenditori ed è piuttosto fantascientifico immaginare che l’operaio di una piccola azienda di Crotone avrà un domani gli stessi diritti (e lo stesso stipendio) di un collega che lavora in una grande fabbrica del Nord. Dal punto di vista tecnico-economico si tratta di una nuova rapina ai danni del mondo del lavoro, dal punto di vista storico-culturale è invece il definitivo omicidio di concetti come unità dei lavoratori, l’unione fa la forza, uniti si vince eccetera, eccetera, tutte cosucce che ingombrano il disegno thatcheriano in corso.
I narratori delle gesta renziste si affanneranno a dire che – wow! – arriva il salario minimo, e lo venderanno come progresso e cambiaverso in una selva di hashtag osannanti, il che rappresenta, ovviamente una fregatura parallela. Perché tra poco, per essere in regola, basterà offrire ai lavoratori un salario minimo appena sufficiente a campare, e tutto il resto (il salario accessorio) dipenderà dai risultati, dalla disponibilità (straordinari, festivi, notti, doppi turni, obbedienza). Insomma, a farla breve, dalla discrezionalità di chi guida le aziende, con le ovvie e prevedibili ricadute in termini di ricatto economico: fai così o prendi due lire, ubbidisci o ripiombi in un lumpenproletariat da inizio secolo. Riassumendo: sei demansionabile (Jobs act), licenziabile a costi risibili (sempre Jobs act), i tuoi diritti sono determinati dall’umore del datore di lavoro, il tuo salario è variabile a seconda di come ti comporti, e tra poco si metterà mano a una restrizione del diritto di sciopero. Niente male, per un governo – destra e sinistra Pd, Ncd, sor Verdini e compari – che si affanna a dire a tutti che è “di sinistra”.

(Il Fatto Quotidiano, 8.10.2015)

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L’Indice dei Senatori

bersaniA sentir parlare di ricostruzione della sinistra, di questi tempi, c’è da ridere o da piangere, a seconda dell’orientamento politico-emotivo. Con la gloriosa minoranza dem, piuttosto, si può ricostruire una corte bizantina. Passa la riforma del Senato, ma con una modifica: i senatori saranno “indicati” dagli elettori. Una smagliante vittoria, una grandissima figata. Sceglierli, i senatori, no. E’ una roba populista, da grillini.
Siccome sono dei bravi costituzionalisti, ci spiegheranno meglio, nei prossimi giorni, con quali modalità il popolo indicherà, senza impegno, il senatore che gli garba. Mi permetto qualche suggerimento, pur non essendo un tecnico. Per velocizzare le operazioni di voto potremmo sfruttare la nostra maestria nella gestualità, indicando il senatore con l’indice della mano destra o, a nostro rischio, con quello della sinistra. In alcuni collegi calabresi e siciliani, onde evitare spiacevoli fraintendimenti, forse sarebbe meglio esprimere il gradimento  con un inchino. Non si sa mai. Per le candidate, infine, il ventaglio dei gesti è veramente ampio: si va dall’occhiolino all’ammiccamento complice per la senatrice con un bel paio di tette, dagli occhi sgranati al gesto eloquente della mano per un fondoschiena prosperoso. Per le future senatrici 5stelle, nessun problema: l’infaticabile senatore Barani,  al servizio delle istituzioni, si è già portato avanti col lavoro.
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Women in society

arabiaL’immagine è subito diventata virale. Si tratta di una bella conferenza sul tema “Il ruolo della donna nella società”. E’ inutile cercare, nella foto, il volto forse eccessivamente peloso di qualche donna. Son tutti volti maschili, pelosi quanto la sostanza del dibattito. La conferenza si è tenuta in Arabia Saudita, culla dell’Islam sunnita. Nulla si sa della qualità e quantità degli interventi; la discussione, per la verità, poteva esaurirsi  nel tempo di uno scatto, più che sufficiente per riaffermare la forza della tradizione. Analoghi meeting di uomini sensibili ai temi della condizione femminile si tengono anche in uno staterello occidentale in riva al Tevere: anche lì solo volti maschili più o meno barbuti. Cambia solo il colore della tonaca, di un rosso sgargiante.

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Sanità, tra i 208 esami tagliati manca l’esame di stato della Lorenzin

ospedaliGli esami non finiscono mai un par di palle, non se ne abbia a male la buonanima di Eduardo. Gli esami, a un certo punto, devono finire, altrimenti non si vive più. O si vive troppo. Nella lungimirante sanità italiana  ne verranno tagliati ben 208. Dichiarati superflui per via burocratica. Il numero degli esami deve essere congruo, compatibile con i costi. Se qualcuno poi, a babbo morto, dovesse risultare necessario, pazienza: nella vita, agli esami, non si è mica sempre promossi. E il diritto alla salute per tutti è un “sei politico” da abolire. Da rottamare, come dicono gli intellettuali.

Il sistema sanitario italiano, con tutti i suoi difetti, è uno dei migliori del mondo. Anche grazie agli “esami inutili” che aiutano a prevenire o a curare per tempo una grave malattia. Ma in Italia, quando una cosa è fatta bene (come la Costituzione) o funziona decentemente (come la Sanità), bisogna intervenire con urgenza per porre rimedio all’anomalia. Mettendo magari la persona giusta al posto giusto: la ministra Lorenzin, per l’appunto. Una che nella vita ha fatto un solo esame, quello di maturità.

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La Grande Finale

fiera del levanteDi tennis non so assolutamente nulla. Ho solo un vago ricordo di un tennis commentato da Giampiero Galeazzi che di solito introduceva la pennica pomeridiana. Poi, come spesso succede nella vita, col tempo la passione è finita. Non riesco invece a scrollarmi di dosso una fastidiosa allergia alla retorica. Il Gramellini di prima mattina, per esempio: «Dopo esserci andata col funerale dei Casamonica, l’Italia ritorna sulle prime pagine di tutto il mondo con un racconto positivo e allergico ai cliché. Flavia e Roberta sono due donne del Sud, due pugliesi trentenni cresciute insieme lungo i sentieri decisivi dell’adolescenza.» Per dire che se proprio tennis deve essere, meglio il ruspante Bisteccone. Lo riabilito sul campo. Sul sentiero decisivo.

Passando a cose più serie, visto che si parla di Sud, andrei sulla concomitanza dell’evento sportivo con l’apertura della Fiera del Levante proprio in Puglia, la terra generosa di Flavia e Roberta. Per la politica è un vecchio baraccone, la Fiera del Levante: sempre la solita solfa sul futuro del Mezzogiorno, con l’apertura rituale del presidente del Consiglio. Quest’anno, magari, la presenza del premier poteva essere importante, meno liturgica, un segno di sensibilità politica, visto che l’ultimo Rapporto Svimez ha fotografato un Sud drammaticamente in ginocchio: Pil inferiore a quello greco, crollo storico della natalità, giovani in fuga, corruzione alle stelle e mafie a far festa. Un pezzo di Italia sull’orlo del baratro, non il solito Sud malconcio e speranzoso. Ma il premier ha pensato bene di prendere l’aereo di stato e volare in America per la Grande Finale di tennis tutta italiana. Il Sud non fa notizia e dei suoi guai non gliene frega una mazza a nessuno, nel mondo che conta. A portar voti a Roma poi ci pensa Azzollini, insieme a tanti altri valorosi uomini del Sud. Quindi di corsa in America: per l’immagine della Nazione e la possibilità irripetibile, per il suo Capo, d’essere inquadrato dalle tv di tutto il mondo. Il Funerale Casamonica l’hanno visto pure nel deserto australiano, quello del Mezzogiorno meglio nasconderlo.

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Maso Notarianni – Angela non è un angelo. È marketing, bellezza

maso notarianniLa Germania di Angela Merkel ha deciso di “aprire le porte ai rifugiati”. Ne accoglierà 500 mila.
E su tutti i media, improvvisamente, la Germania diventa buona. C’è chi addirittura (più d’uno, arriva a sostenere che con questo gesto i tedeschi “chiudono i conti con il loro passato dopo 70 anni”.

Tutto questo sperticarsi di lodi arriva, guarda un po’, dopo che per anni le politiche economiche e monetarie della cancelliera hanno messo in ginocchio l’Europa del sud, e non si sono preoccupate di togliere cibo e assistenza sanitaria ai bambini della Grecia, di calpestare la democrazia di un Paese e cancellare i diritti (quelli universali umani sanciti dall’Onu) di un popolo.
Scelte e politiche che avevano reso la Germania impopolare e nemica di un continente. Scelte la cui radicalità era riuscita fino a scalfire ciò che sembrava intoccabile: il neoliberismo, il dominio della finanza sulla vita reale delle persone.

Ci voleva un colpo di teatro geniale per tentare di rimediare al disastro di immagine. Ci voleva un salto mortale per mettere la sordina a coloro che – sempre più numerosi – mettevano in discussione il tabù del XXI secolo: il dominio del danaro sul lavoro, sulla vita, sulla produzione, sui diritti.

Ed eccolo servito su un piatto d’argento, il colpo di teatro: facciamo quelli buoni, quelli che accolgono. Facciamo una mossa che ci mostri come quelli che ascoltano il volere di una Europa che sembra svegliarsi e mobilitarsi in difesa delle persone. Anche perché, ma di questo sapranno in pochi, questi uomini, queste donne, questi bambini che adesso facciamo arrivare pagheranno con il loro lavoro le nostre pensioni. E con la loro inesistente capacità negoziale, contribuiranno ad abbassare la capacità negoziale dei lavoratori tedeschi e dunque europei.

Nessuno dirà che 500 mila migranti costino meno di quanto una multinazionale spenda per farsi pubblicità. E tantomeno qualcuno oserà dire che 500 mila migranti non rappresentano e non rappresenteranno un problema reale per un sistema economico che qualcuno aveva osato mettere in discussione e che adesso, con poca spesa verrà messo a tacere.

Fonte: Micromega, 9 settembre 2015

https://andreacaputi.wordpress.com/2015/09/07/angela-merkel-da-maga-mago-a-fata-turchina/

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Lavoriamo per conto del Signore

kim davis«Lavoriamo per conto del Signore», ripetevano i frenetici Blues Brothers impegnati a rimetter su la Banda. Lavorava per conto del Signore anche Kim Davis, l’impiegata comunale del Kentucky che rifiutava le licenze matrimoniali alle coppie gay in forza dell’autorità che il Padreterno in persona le aveva conferito. La famiglia naturale è un valore non negoziabile e bisogna dire che la signora Davis, con grande coerenza, ne aveva collezionate ben quattro. Il datore di lavoro terreno della funzionaria e il giudice distrettuale però su queste faccende la pensavano diversamente. «L’idea dell’esistenza di norme naturali che consentono di ignorare le leggi dello Stato e l’autorità dei tribunali rappresenta un pericoloso precedente per il nostro Paese», ha infatti sostenuto il magistrato che l’ha arrestata.

Dalle nostre parti non abbiamo la frégola della manette facili ma al contrario, dal momento che nessuno è perfetto,  pratichiamo la deprecabile usanza di fottercene allegramente delle leggi dello Stato, soprattutto quando entrano in gioco gli interessi del Capo (quello celeste) della signora Davis. Le scuole religiose, per esempio: siamo costretti a finanziarle anche se è vietato, non da una leggina dimenticata in un cassetto, ma dalla Costituzione. Oppure la legge sull’aborto: la stragrande maggioranza dei medici pubblici non praticano l’interruzione di gravidanza perché lavorano per conto del Signore, con lo stipendio pagato dai contribuenti. Le leggi dello Stato possono essere ignorate in virtù di presunte norme naturali ed il bello, si fa per dire, è che è tutto assolutamente legale. Ma non è il caso di gridare allo Stato Etico; siamo emancipati e secolarizzati, persino più degli americani. Viviamo solo in uno Stato Penoso.

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I compiti delle tecnocrazie che non finiscono mai

 

domenico tambascoViaggio nelle lande della tecnocrazia dove previsioni e raccomandazioni scientifiche di “esperti” senza volto, declamanti la flessibilità e la “moderazione salariale”, si affiancano a panorami sociali devastati dalla crescente disoccupazione e dal crollo della produttività. Colpa della mancata realizzazione delle “riforme strutturali” o, al contrario, della loro pervicace attuazione? La coscienza della fallibilità e dell’incertezza delle soluzioni tecniche calate dall’alto potrebbe – forse – smascherare l’insostenibile leggerezza dei tecnici.

“Houston abbiamo un problema”: ovvero dell’ultimo rapporto del Fondo Monetario Internazionale

fmi-christine-lagardeNel cuore di una torrida estate ha fatto scalpore l’ultimo rapporto periodico del Fondo Monetario Internazionale sull’Eurozona in cui, alla voce “Italia”[1], si punta il dito sull’elevato livello di disoccupazione che da tempo ha ormai superato il 12% (e che potrà essere riportato ai livelli pre-crisi solo tra vent’anni), con un 60% dei disoccupati privi di lavoro per almeno un anno ed il correlativo elevato rischio di dispersione del “capitale umano”, di incremento nella disuguaglianza dei redditi e, in definitiva, con un sensibile aumento del pericolo di cadere in nuove sacche di povertà[2]. A tale fosco quadro fa da cornice una produttività stagnante da circa quindici anni, frutto anche di un mercato del lavoro frammentato e poco flessibile, in cui i costi del lavoro incidono negativamente[3]. Sebbene in prospettiva l’intervento operato dal Jobs Act appaia idoneo ad incidere sulla storica rigidità del mercato del lavoro italiano, ancora altri passi devono essere fatti dall’Italia sulla strada della riduzione del costi del lavoro e dell’aumento della flessibilità, attraverso l’introduzione ed il potenziamento della contrattazione decentrata e l’incremento della qualità del “capitale umano” per mezzo della riforma del sistema di istruzione[4].

Questa, in poche righe, è la sintesi dell’ampio giudizio dello staff di “esperti” del Fondo Monetario Internazionale, datato 7 luglio 2015; si tratta di un corposo rapporto di decine di pagine, corredato da grafici e da minuziose e dettagliate analisi quantitative, che ingenerano nel lettore il senso di una piena e scientifica oggettività, scevra di giudizi di parte e impregnata dei lumi della ragione.

“Ma non eravamo stati noi a dare la rotta?”: i precedenti rapporti dell’FMI, dell’Ocse e la letterina della BCE

Se si vanno a leggere i rapporti di qualche anno prima, tuttavia, qualche dubbio sulla “scientificità” e sull’infallibilità dei “tecnici” comincia a far breccia, soprattutto alla luce di ciò che è stato fatto in Italia, in materia di legislazione del lavoro, proprio negli ultimi anni.

Prendiamo la “dichiarazione finale” della missione del Fondo Monetario Internazionale effettuata in Italia tre anni orsono[5] per la valutazione annuale dello stato dell’economia nazionale, recante l’enfatico titolo “Un’agenda per far ripartire la crescita in Italia”.

Nel capitolo “Riforme strutturali per stimolare la crescita” si legge testualmente che “Le stime del FMI indicano che riforme dei mercati dei prodotti e del lavoro che avvicinino l’Italia alle migliori pratiche in ambito Ocse potrebbero accrescere il PIL di circa il 6% nel medio periodo. Il governo ha intrapreso importanti riforme per deregolamentare il settore dei servizi e rendere il mercato del lavoro più inclusivo e flessibileAccelerare queste riforme e attuare sin d’ora le necessarie modifiche normative e amministrative rafforzerebbe la fiducia e darebbe lo slancio necessario per ulteriori riforme”[6]Un giudizio positivo viene dato al disegno di legge sul mercato del lavoro (la futura e “famigerata” legge Fornero), funzionale a “ridurre l’incertezza e incoraggiare nuove assunzioni… consentendo alle imprese licenziamenti per motivi economici e riducendo i costi dei licenziamenti”[7]

Segue la raccomandazione a “sforzi ulteriori”, rappresentati dall’aumento della flessibilità nei contratti a tempo indeterminato per i nuovi assunti, con l’esplicita richiesta dell’introduzione del cosiddetto “contratto a tutele crescenti” che “faciliterebbe anche l’assunzione dei giovani” e dei “contratti a livello aziendale”, che soli consentirebbero “un miglior adeguamento dei salari alla produttività”[8].Raccomandazioni replicate dal FMI in forma quasi identica anche nella dichiarazione finale della successiva missione del giugno 2014[9].

Sulla stessa “lunghezza d’onda”, peraltro, si sono sempre tenuti anche gli esperti della BCE; basterebbe riprendere il testo dell’ormai nota “lettera riservata” inviata il 5 agosto 2011 al Governo Italiano e firmata dall’allora presidente Jean Claude Trichet e da Mario Draghi, in cui nel registrare l’esigenza di “misure significative per accrescere il potenziale di crescita” si menziona, come sempre, la necessità di intervenire sul mercato del lavoro, attraverso la riforma del “sistema di contrattazione salariale collettiva”, consentendo “accordi a livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione”, oltre ad un’ “accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti[10].

Non diversamente l’Ocse, sin dal 1994 con il Jobs Study[11] ha indicato tra gli elementi centrali per l’incremento occupazionale la riduzione del livello di protezione legislativa del lavoro (misurato attraverso l’indice di Employment protection legislation, cosiddetto EPL[12]), ovverosia una maggiore facilità di licenziamento dei lavoratori a tempo indeterminato e l’agevolazione del ricorso ai rapporti di lavoro a termine[13], nell’ambito di una più generale politica volta alla flexicurity[14].

Aumento della flessibilità (nella duplice direzione della liberalizzazione dei licenziamenti e dell’assunzione di lavoratori a durata prefissata) e riduzione del costo del lavoro: questo il distillato delle “martellanti” raccomandazioni formulate negli ultimi decenni dai “tecnici” sia a livello europeo sia a livello internazionale, che hanno tuttavia spesso dimenticato la tanto declamata esigenza di “sicurezza”[15].

Eppure abbiamo fatto i compiti che ci avevate dettato”: la colpevole risposta italiana

Eppure, come abbiamo testè accennato, non si può dire che l’Italia, negli ultimi anni, non abbia “fatto i compiti” dettati con tanta sicumera dall’OCSE, dal FMI e dalla BCE. Pur partendo di fatto da un livello di flessibilità del mercato del lavoro molto più marcato rispetto all’immagine stereotipata diffusa a livello internazionale (soprattutto con riferimento al livello di protezione dei contratti a tempo indeterminato)[16], il nostro paese a partire dal cosiddetto “pacchetto Treu” (siamo nel 1997) ha proceduto ad un’incessante accelerazione normativa (si pensi alla riforma dei contratti a termine del 2001 e alla moltiplicazione delle forme atipiche di lavoro con la cd “legge Biagi” del 2003) in direzione della “flessibilità” indicata nel già citato Jobs Study, tanto da guadagnarsi circa dieci anni orsono il plauso dell’Ocse che poneva l’Italia al secondo posto in Europa (dopo l’Irlanda), tra i paesi che più si erano avvicinati alle sue raccomandazioni[17].

In un autorevole studio del 2005[18], dunque, si poteva annoverare l’Italia tra i Paesi con un livello di flessibilità lavorativa nei contratti a tempo indeterminato superiore a molti Paesi dell’Ue (tra cui ad esempio la Francia, la Germania, l’Olanda, la Spagna, la Norvegia e la Svezia) e anche dell’area extra Ue (come il Messico, il Giappone, la Corea), registrando al contempo un pronunciato incremento – il maggiore di tutti i paesi in ambito Ocse – della possibilità di ricorrere ai contratti a tempo determinato (parte preponderante dei cosiddetti “contratti atipici”).

In questo quadro, dunque, si inscrive la tendenza della legislazione italiana ad incrementare ulteriormente – fino a raggiungere un livello parossistico – la flessibilità del lavoro (sia sul piano numerico-funzionale sia sul piano salariale), tendenza posta in essere nell’ultimo quinquennio sotto l’influsso delle sempre più pressanti “raccomandazioni” internazionali[19].

Varrà la pena soltanto citare il cosiddetto “collegato lavoro” del 2010, la “tentata” rivoluzione della contrattazione collettiva di prossimità introdotta con il decreto legge n. 138 del 13 agosto del 2011, la riforma Fornero dei licenziamenti del 2012, l’abrogazione di fatto della “responsabilità solidale” in materia di appalti nel biennio 2012-2013, la prima fase del Jobs Act con la deregulation dei contratti a termine attuata dal “decreto Poletti” nel 2014 fino alla fase finale del Jobs Act, concretizzatasi attraverso l’abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e la decisiva modifica dell’articolo 2103 del codice civile, che ha da ultimo legittimato il demansionamento unilaterale dei dipendenti giustificato da “motivi organizzativi aziendali”. Riforme queste che, come testè accennato, hanno quasi portato a compimento il processo di “liberalizzazione” del mercato del lavoro, operando sia sul piano della “flessibilità numerica” (ovvero sulla variazione del numero dei lavoratori occupati attraverso l’agevolazione dei rapporti di lavoro a termine, la facilitazione dei licenziamenti individuali e collettivi e l’agevolazione delle forme di esternalizzazione) sia sotto il profilo della “flessibilità funzionale” (ovverosia sulla variazione dei contenuti della prestazione lavorativa attraverso la legittimazione – entro determinati ampi limiti – del demansionamento) sia sul piano della “flessibilità retributiva” (possibilità di ricorrere a politiche di “moderazione salariale” facilitate dalla diffusione di modelli di lavoro “atipici” o dalla riduzione delle garanzie di recupero dei crediti retributivi nell’ambito dei lavori esternalizzati).

E già si preannuncia all’orizzonte, nel quotidiano dibattito estivo, la riforma finale della contrattazione collettiva, con l’introduzione di un “sistema in cui il contratto aziendale può sostituire completamente quello nazionale, come in Germania”[20]. L’obbiettivo costante di un assetto “meno rigido” del mercato del lavoro, dunque, porterà a breve un sistema di contrattazione decentrata in cui si tratteranno direttamente in azienda non solo i livelli retributivi (con una prevedibile tendenza verso il basso dei salari) ma anche, probabilmente, gli orari di lavoro ed i livelli di inquadramento: vale a dire, il diritto del lavoro ritagliato su misura datoriale.

“E’ sempre e comunque colpa vostra”: la risposta del Consiglio Europeo

L’esito di queste politiche, lo abbiamo visto all’inizio del nostro cammino, è stato fino ad oggi a dir poco disastroso, a detta degli stessi “tecnici”. Del resto, se non bastasse il recente rapporto del FMI, anche la raccomandazione del Consiglio Europeo formulata il 13 maggio 2015[21] enuncia delle considerazioni che hanno il sapore di una condanna senza appello: “la disoccupazione giovanile…ha quasi raggiunto il 43% nel terzo trimestre del 2014, e la percentuale di giovani tra i 15 e i 24 anni che non lavorano né sono impegnati in corsi di studio o di formazione è la più elevata dell’Ue… L’Italia ha registrato uno degli aumenti più elevati dei tassi di povertà e di esclusione sociale nell’Ue, con ripercussioni soprattutto sui minori”[22].

Ciononostante, anche in questa sede l’opinione degli “esperti” pare non tradire i sintomi del benché minimo ravvedimento, assorta com’è nel cercare sempre e comunque nel paziente la causa del permanere del male e non nella possibile inadeguatezza della cura prescritta: “in particolare, è essenziale affrontare le cause all’origine del persistere di bassi livelli di produttività del lavoro e della debolezza della competitività… è oltremodo importante intervenire per ridurre il rischio di effetti negativi sull’economia italiana e, date le sue dimensioni, sull’Unione economica e monetaria in generale ”[23]

Tradotto in termini più prosaici, secondo i tecnici europei non si sarebbe ancora fatto abbastanza nel percorso italiano di riforme…..

Anatomia di un disastro: viaggio al centro della tecnocrazia

Fermiamoci un attimo, e focalizziamo la nostra attenzione sulla natura del processo di riforma normativa del mercato del lavoro realizzato in Italia negli ultimi anni (processo peraltro analogo a quello attuato in molti altri paesi europei, Grecia in primis).

Si tratta, come abbiamo sinteticamente esaminato poc’anzi, di un cammino coerente e lineare, attuato da maggioranze parlamentari e da governi delle più disparate provenienze politiche, tanto di destra quanto di sinistra: segno della coscienza, anche da parte del legislatore del momento, di trovarsi di fronte a misure ineluttabili ed imprescindibili nel loro algido ed oggettivo tecnicismo. Misure, è il caso di precisarlo, frequentemente sottratte anche al dialogo ed al dibattito politico, essendo di fatto imposte sulla base di un indiscusso ed indiscutibile “stato di necessità”, in cui è sempre stata la tecnica a scegliere e definire non solo i mezzi, ma anche gli scopi e i fini dell’intervento socio-economico di volta in volta richiesto.

In secondo luogo, e lo abbiamo già rilevato nelle precedenti pagine, quasi tutti i recenti interventi di riforma del mercato del lavoro traggono ispirazione ed impulso dalle sempre più pressanti sollecitazioni rivolte ora a livello europeo ora a livello internazionale, sia in modo informale sotto forma di moral suasion (si pensi alla ormai nota lettera della BCE dell’agosto 2011), sia in modo ufficiale, attraverso atti normativi (direttive[24] e raccomandazioni europee) o rapporti conclusivi di missioni (FMI ed OCSE).

Non di rado, tuttavia, gli interventi e le pressioni degli organismi europei ed internazionali (in particolar modo della BCE, dell’FMI, della Commissione Europea[25] e dell’OCSE) fuoriescono dai canonici meccanismi giuridico-istituzionali, fondandosi invece sul condizionamento di fatto dettato dalla pubblica stigmatizzazione delle politiche economiche nazionali dei paesi che non si conformano ai programmi dideregulation e di liberalizzazione, da cui deriva quasi automaticamente – per gli stessi paesi oggetto di pubblica censura – la riduzione del rating (e dunque la perdita di credibilità) dinanzi agli investitori internazionali, con la correlativa difficoltà di rifinanziare il debito sovrano e – in un diabolico “effetto domino” finanziario – il conseguente aumento dei saggi di interesse corrisposti agli investitori, con tutte le immaginabili conseguenze a livello di bilancio pubblico[26].

Interventi che, come abbiamo più volte osservato, “stilisticamente” si caratterizzano per la loro fredda oggettività, frutto sia della forma frequentemente impersonale con cui vengono redatti (il soggetto è invisibile, non risultando quasi mai individuato, soprattutto nelle relazioni del FMI e dell’Ocse, in cui ripetutamente “si consiglia” e “si raccomanda”), sia del tono scientifico e “razionalizzante”[27], spesso rafforzato da un pletorico corredo di tabelle, grafici, curve e percentuali. Le soluzioni prospettate (peraltro sempre le medesime, ovverosia la flessibilità del mercato del lavoro e la riduzione del costo della manodopera) sono di natura tecnica, meramente esecutiva di leggi oggettivamente tratte (o meglio, a-stratte) dalla scienza economico-sociale; in poche significative parole, si tratta della “gestione tecno-scientifica dei problemi sociali… destinata a sostituire la loro gestione economico-politica e a presentarsi come l’autentico governo tecnico”[28]: una grande esperimento di ingegneria sociale.

Eccoci dunque giunti, attraverso i sentieri del lavoro, al cuore della tecnocrazia[29]; ovvero al centro di un nuovo sistema di potere in cui un manipolo di consulenti internazionali senza volto, scelti (o meglio cooptati) sulla base di un’asserita competenza “tecnica” ed al di fuori di qualsivoglia procedura elettivamente democratica, impone devastanti riforme sociali che traggono la fonte della loro giustificazione (e della loro irrevocabilità) nell’ intrinseca natura tecno-scientifica delle soluzioni proposte. Definita ora come “tirannia degli esperti”[30] ora come “interventismo regolatorio post-democratico”[31]la tecnocrazia da cui oggi siamo totalmente avvinti pare più come“un’oligarchia di coordinamento sovranazionale investita di poteri ben maggiori di quelli della politica e mossa da una logica che non corrisponde alle procedure democratiche…..un’oligarchia connotata da una radice tecnocratica, che costituisce il motivo più appariscente della debolezza che ne circonda l’immagine pubblica”[32]
E’ il trionfo delle èlite, e con esso dell’elitarismo della conoscenza e del sapere. Ed è proprio da un rinnovato concetto di conoscenza, ovvero dalla necessità di “conoscere la conoscenza”[33] che, paradossalmente, si possono individuare i tarli e le contraddizioni che corrodono da tempo, alla radice, le fondamenta dell’impero tecnocratico.

Facciamo, a tal fine, un passo indietro.

Un primo passo verso la rinascita: “conoscere la conoscenza”

Tutti gli atti e le dichiarazioni dei molteplici organismi “tecnici” che abbiamo testè citato trasudano una nozione di conoscenza che non accoglie il beneficio del dubbio, né dell’incertezza. Le affermazioni sono perentorie, confortate dalla “scientificità” delle percentuali e delle tabelle di cui sono frequentemente corredate. Nessuna discussione pare possibile, trattandosi di monologhi fondati su dati oggettivi. L’errore è una parola sconosciuta nelle lande luminose della tecno-economia, in cui il cammino storico della società umana pare avere fine.

Ma è vera conoscenza quella che rifugge il dubbio, l’incertezza e l’errore come qualcosa di assolutamente estraneo a sé stessa?

Una risposta a questo interrogativo può venire dall’insegnamento di Edgar Morin[34], secondo cui la conoscenza autentica è quella che non occulta la possibilità di errore ed illusione insita in ogni nostro tentativo di traduzione e ricostruzione del reale: “una fonte di errori e illusioni è l’occultare i fatti che ci disturbano, anestetizzarli ed eliminarli dalla nostra mente… la verità totale è un errore totale”[35]L’incertezza – o meglio il dubbio cartesianamente inteso – è nel cuore della scienza poiché “spezza le nostre certezze artificiali e ci mostra i rischi del presente, i limiti del sapere e la parte di mistero dell’universo”[36]; incertezza e dubbio sono legati, e si richiamano a vicenda, anche e soprattutto attraverso lo strumento del dialogo. Di qui, conclusivamente, il necessario ricorso alla riflessione, “così necessaria all’efficacia del pensiero e della decisione”, e che oggi “viene sacrificata in nome dell’efficacia del pensiero e della decisione, efficacia calcolata secondo la logica quantofrenica degli esperti, molto raramente sottoposta a meditazione. Ovunque si accumulano i risultati di sondaggi, inchieste, valutazioni, ricerche, senza che si cerchi di riflettervi, cioè di considerarle sotto diverse prospettive”[37].

Incertezza, errore, dialogo, riflessione, conoscenza: pietre miliari di un sentiero oggi poco battuto e che, se percorso, potrebbe condurci verso altri territori. Proviamo ad incamminarci.

Un altro lavoro è possibile?

Il dogmatismo degli “esperti” ci suggerisce, secondo la vulgata neoliberista, che “there is no alternative” allo sviluppo ed alla crescita di un sistema economico-sociale rispetto ai precetti della flessibilità e della continua riduzione del costo del lavoro. Anche dinanzi alle più che eloquenti risultanze degli ultimi rapporti internazionali, che registrano l’incremento della disoccupazione ed il crollo della produttività italiana, nonostante il “corto circuito” tra realtà fattuale e dogmatismo virtuale, la risposta dei tecnocrati è sempre volta all’accelerazione del percorso di “riforme” prospettato.

E se invece le soluzioni proposte dagli “esperti” fossero radicalmente sbagliate? Se non tenessero conto del fatto che, soprattutto in sistemi complessi, “ogni azione, una volta intrapresa, tende a sfuggire alle intenzioni e alla volontà del suo attore per entrare in un gioco di interazione e di retroazione con l’ambiente (sociale o naturale) che può modificarne il corso, talvolta anche fino ad invertirlo”[38]

Alcune evidenze sembrerebbero confortare la necessità quantomeno di una riflessione e, soprattutto, di un dialogo pubblico ben più approfondito rispetto alla sterile “registrazione” di asserite verità calate dall’alto.

Nel dibattito sul mercato del lavoro, infatti, la necessità di una maggiore flessibilità viene data per scontata; tuttavia, che la riduzione del costo unitario del lavoro e dei “costi di terminazione” dei contratti (ovverosia la facilitazione dei licenziamenti individuali e collettivi) vada effettivamente nella direzione di aumentare l’efficienza, l’occupazione e la partecipazione è tutt’altro che assodato.

Al contrario, come evidenziato in autorevoli e recenti studi[39], il principale effetto diretto di una riduzione dei costi di terminazione è invece un aumento del turnover dei lavoratori. A sua volta un aumento del turnover dei lavoratori, se da un lato permette alle imprese di incrementare i profitti grazie alla possibilità di adeguare più rapidamente il livello della produzione alle condizioni prevalenti sul mercato dei beni, dall’altro tuttavia comporta anche minori investimenti in capitale umano: circostanza che, conseguentemente, conduce ad una minore produttività e ad una minore competitività del sistema.

Il maggior turnover prodotto dalla combinazione tra liberalizzazione dei rapporti di lavoro atipici e la riduzione dei costi di terminazione dei rapporti di lavoro, infatti, “ha ridotto la durata media sia dei rapporti di lavoro che dei periodi di disoccupazione, mentre i risultati in termini allocativi sembrano essere stati complessivamente negativi: ai contratti di durata prefissata si associa inequivocabilmente un minore investimento in capitale umano, fatto che non può non aver concorso al rallentamento della crescita della produttività del lavoro”[40].

Né la recente introduzione del tanto declamato “contratto a tutele crescenti” ha modificato la tendenza del sistema alla riduzione della durata media dei rapporti lavorativi: al contrario, stabilendo una relazione direttamente proporzionale tra durata del rapporto ed entità dell’indennizzo dovuto in caso di licenziamento illegittimo (tanto più basso quanto più breve sarà il rapporto), il legislatore ha di fatto esteso l’area della precarietà lavorativa (introducendo una sorta di “incentivo datoriale” a favore della ridotta anzianità di servizio dei lavoratori a tempo indeterminato) all’unico ambito che, fino ad oggi, godeva della residua tutela garantita dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

L’evidenza teorica, del resto, pare accompagnarsi all’evidenza empirica: la competitività di un sistema (in questo caso quello del mercato del lavoro) è qualcosa di molto più complesso che una semplice questione di flessibilità o di costo del lavoro, legandosi spesso invece “alle competenze giuste, alla geografia, alle materie prime, alla cultura e ad altri aspetti che possono offrire un vantaggio comparato in qualcosa”[41]Quasi intuitiva, infatti, è la considerazione già svolta a suo tempo da Adam Smith, secondo cui il beneficio della specializzazione è rappresentato dall’apprendimento attraverso la pratica, che ovviamente svanisce e si volatilizza in rapporti lavorativi labili e a scadenza, con la correlativa dispersione di un patrimonio di professionalità funzionale non solo all’organizzazione aziendale, ma anche all’intero sistema produttivo.

Né va posto in secondo piano il possibile nesso diretto tra salario e produttività espresso dalla “teoria dei salari di efficienza”[42], che ha fornito molteplici spiegazioni del probabile legame positivo tra un aumento del costo del lavoro e l’incremento della produttività, ora individuandolo nell’effetto di coinvolgimento della manodopera (il lavoratore che ne beneficia fa propri gli obbiettivi dell’impresa, aumentando il proprio impegno – e dunque la produttività – allo scopo di raggiungerli), ora nello stimolo al massimo sforzo per mantenere il posto di lavoro (essendo per il lavoratore stesso molto più costosa l’eventualità della perdita di quel lavoro ben retribuito).

Si tratta, ovviamente, solo di brevi spunti per una riflessione che, se fosse meglio approfondita nel dibattito pubblico, ci condurrebbe forse oltre le “colonne d’Ercole” del pensiero attuale, mostrandoci come produttività e competitività potrebbero accompagnarsi anche a livelli salariali più elevati e a rapporti lavorativi più stabili e duraturi.

La contraddizione tecnocratica e l’insostenibile leggerezza dei tecnici

Quello che abbiamo esaminato sin qui ci conduce, conclusivamente, al nucleo della contraddizione tecnocratica[43]. Un’autentica discrasia tra il dichiarato referente neoliberale incentrato sulla “competitività” ed il “libero mercato”, e il rigido dirigismo centralizzatore[44] di cui l’ “eurocrazia”[45] dell’Unione Europea pare essere la più diretta e concreta espressione, in quanto capace di compiere “il miracolo paradossale di essere al contempo dirigista e volta all’assolutizzazione delle regole di mercato”[46]: e questo nonostante i tanto ostentati principi del liberismo politico-economico richiedano la concessione di ampi spazi all’ordine spontaneo, all’iniziativa privata, alla distruzione creatrice di schumpeteriana memoria, alla molteplicità ed alla concorrenza di differenti soluzioni e di plurime conoscenze individuali.

Si richiama ad ogni piè sospinto la “mano invisibile” delle leggi di mercato e, di fatto, la si sostituisce con la visibile mano di anonimi ingegneri sociali in giacca e cravatta, che pretendono di ridurre ed imbrigliare la complessità sociale sotto il proprio monocorde controllo tecno-economico.

E’ l’insostenibile leggerezza dei tecnici, così profondamente corrosiva per le istituzioni democratiche: la presa di coscienza dei loro umani limiti è un primo passo verso l’abbattimento di questo nuovo, invisibile muro eretto da un potere senza volto.

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Facebook è lo specchio della nostra solitudine?

pino corriasNel tempo in cui si va globalizzando tutto, compresa la disperazione dei migranti che ci parlano attraverso il loro corpo, la loro allarmante invadenza fisica, il re della più grande rivoluzione immateriale e antisociale, Mark Zuckerberg, festeggia con un miliardo di persone connesse in un solo giorno, il rumore di fondo che ci avvolge (ci scalda, ci illude) e che noi chiamiamo comunicazione interattiva, equivocandone il suo sostanziale silenzio passivo. Perché credendo di parlare agli altri, stiamo in realtà parlando con noi stessi. In una collettiva regressione infantile, verso quei giochi che giocavamo da soli, ma facendo le voci di tutti i personaggi in campo.

Facebook è un kinderheim planetario. Dentro al quale la benestante moltitudine del pianeta – quella che in questo momento non sta morendo di fame, di sete, di aids, non sta per annegare su un barcone, non si sta scannando nella macelleria di una qualche lurida guerra santa – non ha assolutamente nulla da dire, ma lo dice almeno una dozzina di volte al giorno.

Lo fa postando nella propria pagina il piatto di patatine che sta per mangiare. La bevanda colorata che ha di fronte. Il bel tramonto ad ampio schermo e il brufolo stretto nel dettaglio. Lo fa scrivendo resoconti non richiesti di vacanze andate in malora e di diete da ultimare. Di amori finiti male. Di un film da vedere, di un ristorante vegano da evitare. Di un video imperdibile dove un tizio da qualche parte in America ha appena sterminato la famiglia e ora finalmente sta per suicidarsi, appena dopo la pubblicità.

La forma che in Facebook diventa sostanza, illude chi digita i messaggi che stia per davvero comunicando qualcosa a qualcuno, ma non è quasi mai vero. Il più delle volte sta solo facendo a se stesso il resoconto millimetrico della propria solitudine. E sta usando gli altri come pretesto. Sta semplicemente dicendo allo specchio “Io sono qui”. E dicendolo dieci volte al giorno, vuole convincersi di esistere per davvero almeno in quello specchio, grazie a quella scia digitale che lo avvolge di luce. Per poi cercare il coraggio di farsi la seconda domanda, quella cruciale: “C’è qualcuno in ascolto?”

Domanda che non ha quasi mai una vera risposta, anche quando ne raccoglie cento oppure mille. Perché se chi manda una voce in rete la manda a se stesso, altrettanto fa chi risponde, quasi sempre parlando d’altro, accontentandosi di cogliere uno spunto per imprimere una nuova direzione al discorso, la sua.

Un tempo mi impressionavano i primi viaggiatori di treni e metropolitane che non alzavano mai lo sguardo verso il vicino, ma concentravano tutta la loro attenzione sulla superficie dei cellulari e dei computer che li rifornivano di immagini, suoni e compagnia. Erano sparpagliati qui e là nei vagoni, in mezzo a qualche giovane donna che inspiegabilmente leggeva ancora un libro di carta e a qualche filippino che parlava (in diretta, live) con la persona in carne e ossa che gli stava accanto. Oggi il paesaggio è uniforme, quelle giovani donne con i libri sono scomparse, i filippini sono anche loro connessi, intorno solo teste reclinate in sequenza sui bagliori dello schermo degli smartphone, nessuno che si azzardi ad alzarla.

Lo stesso accade sempre più spesso – fateci caso – al ristorante, al semaforo, dove coppie di amici o fidanzati navigano ognuno per contro proprio, insieme solo nella forma, ma separati nella sostanza. Ognuno dentro un mondo lontanissimo, il proprio.

Ma l’immaterialità che ci avvolge non è e non sarà senza conseguenze. Ci sta rendendo sempre più fragili – più stupidi e specialmente più spaesati – come lo sono quei turisti d’agenzia o da crociera che credendo di viaggiare per il mondo stanno fermi in un simulacro del mondo, protetti dall’aria climatizzata, lavati e nutriti, difesi da ogni interferenza della vita reale, fossero anche il caldo e gli insetti.

La nostra crociera dentro il mondo che non esiste, finirà prima o poi per fare naufragio contro gli scogli di quello vero. La crisi economica e i tagliatori di teste non spariranno in un clic. E nemmeno le ondate dei migranti che con i loro corpi e le loro morti atroci sono un principio di realtà che ci sorprende così tanto da credere alla scorciatoia politica dei muri e delle ruspe. E se quel giorno – mentre postiamo una ricetta o un insulto su Facebook – ci verrà addosso il mondo, toccherà affrontarlo con gli occhi di nuovo aperti e il telefonino spento. Se ne saremo ancora capaci.

Da Il Fatto Quotidiano del 30 agosto 2015 

 

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Teramo per lui

tifosi teramoIrridere il popolo infuriato non sempre porta bene. Qualche esempio, così, alla rinfusa. I parigini affamati, secondo la leggenda, non gradirono la battutona sulle brioches di Maria Antonietta che, meschina, ci rimise la testa e la reputazione. Cento anni dopo, a Milano, stessa storia. Il popolo ha fame e Re Umberto, a corto di brioches ma dotato di un discutibile senso dell’umorismo,  ordina una drastica dieta a base di cannonate. Il conto lo salderà l’anarchico Bresci, con la stessa moneta. Passano gli anni, i tempi si fanno civili e repubblicani, ma il vizietto rimane. Resta indimenticabile lo sberleffo di Alberto Sordi (“Lavoratoriii!”) nello splendido film di Monicelli in cui il neorealismo cede il passo alla commedia all’italiana, genere che annovera,  tra i suoi archetipi, il cumenda di Arcore sghignazzante ed autocompiaciuto che consiglia alla giovane disoccupata «di sposare il figlio di Berlusconi». Dopo venti anni di scherni e pernacchie al popolaccio, Silvio esce di scena, stanco ma tutto intero, vecchio tra i vecchi di Cesano Boscone, perché intanto la giustizia s’è fatta gentile, ma non con tutti. C’è ancora troppa gente che continua a protestare (Genova per loro, si canticchia nelle questure), proprio come l’altro giorno, a L’Aquila, durante la visita di Renzi. Nella città che alla batosta del terremoto ha aggiunto il peso della crisi e l’ignavia dei governi, il virgulto di Silvio tenuto a bàlia dalla sinistra del Mulino Bianco pretendeva, vai a capire perché, una marcia trionfale. E puntuale, dopo lo scorno per i fischi, scatta il riflesso del farsi beffe della protesta: il giovane statista, prendendo spunto dal calcio, pilastro concettuale del suo pensiero, dichiara che “i contestatori sono tifosi del Teramo, squadra di serie D”. Gentucola. Sfigati. Una variazione sul tema decisamente scadente. Papà Silvio avrebbe parlato di invidia sociale, di comunisti rancorosi. Un’altra classe, e si vede. Silvio ci ha campato per vent’anni. Nei confronti dell’erede invece l’insofferenza cresce assai più rapidamente; della sproporzione tra la montagna di proclami e insulti e il topolino dei risultati si sono accorti persino i tifosi del Teramo  i quali, tirati in ballo e non avendo i soldi per pagarsi una pagina del Corriere della Sera, gli hanno risposto con l’ermetico striscione “Renzi, ‘ngul a mamm’t” (per chi non conosce l’inglese: “Renzi, tua madre poteva far di meglio”). Una bocciatura senza appello, da retrocessione nella serie D della politica, che viene proprio dalla quella pancia a cui tutti i pifferai rivolgono i discorsi più ispirati.

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MondoGatto

mondo gattoIn principio, fu il don Mazzi.
“Non spendete soldi per cani e gatti, ma dateli alla mia Fondazione che salva vite umane”. Immagino, in giro, i sensi di colpa. I gatti, no. Come fai a spiegare a un gatto, quadrupede pigro e amorale, che mentre sgranocchia i suoi croccantini sta rubando un pasto a Lele Mora. Non ti capisce o, al massimo, se ne fotte.
Poi venne il Renzi. Al meeting di Rimini.
“Democrazia non è votare tante volte, quello è il Telegatto”. Due considerazioni. Renzi, che fa il premier senza che nessuno l’abbia mai votato è, a pieno titolo, un Televolpe. La seconda riguarda i nostri poveri vicini, gli svizzeri, che votano continuamente, praticamente su tutto: avranno in magazzino più telegatti che cioccolato.
Poi venne la mia gatta quindicenne, ad accoccolarsi sulla scrivania.
Ci siamo scambiati un rapido sguardo complice. L’ho nominata, seduta stante, senatrice a vita.

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Così è, se ci pare

shakespeareSembrava la solita bufala, o un titolo di Lercio.it. Invece no, è tutto vero: il Pd si costituisce parte civile nel processo Mafia Capitale; intende cioè presentarsi in aula, per dirla in punta di codice penale, come «soggetto al quale il reato ha recato danno». E non ci sarebbe nulla di strano, se non fosse che si tratta dello stesso soggetto che il danno, in gran parte, lo ha causato. Le poltrone importanti, a Roma come altrove, sono sempre occupate da chi nel partito comanda, secondo una regola elementare di biologia politica. Buon senso e decenza pretenderebbero come parte civile il Comune di Roma, dove gli stessi soggetti rappresentano, se pur ignominiosamente, i cittadini. Ma niente da fare, l’autoreferenzialità è connaturata nei partiti e si può declinare in tanti modi: l’autonomia della politica, il primato della “Ditta”, io so’ io e voi nun sete un cazzo e così via. Così si allestisce il teatrino dove lo stesso soggetto, scespirianamente, recità più parti: quella compunta del partito ferito e quella della corruzione col suo corredo di sfumature e gradazioni, per la gioia del pubblico pagante. Per cui comunque vada sarà un successo, il Pd porterà a casa (come si dice adesso) un risultato: se i suoi amministratori corrotti saranno condannati, esulterà il partito-parte-civile riverginato dalla sentenza, se saranno assolti esulteranno entrambi. Quindi impossibile perdere; per i geniacci rintanati in Campidoglio una partita da uno fisso. Naturalmente gli strascichi politici e giudiziari dureranno ancora a lungo, ma su Mafia Capitale sta calando il sipario. Son già pronti i titoli dell’autunno e il pubblico, in platea, dorme da un pezzo.

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Buono lavoro e lavoro no buono

buono lavoroIl buono lavoro non è un hashtag propagandistico (tipo  #labuonascuola, #lavoltabuona, ecc.) ma, come ci spiegano sul sito dell’Inps, “un sistema di pagamento  che può essere utilizzato in tutte quelle forme di lavoro, occasionale e discontinuo, non regolamentate da un contratto di lavoro. Ogni voucher acquistato dal datore di lavoro ha un valore di 10 euro, di cui 7,50 euro costituiscono il compenso ricevuto dal lavoratore; la differenza di 2,50 euro, invece, viene in parte versata all’Inps come contributo per il lavoratore e in parte all’Inail come assicurazione contro gli infortuni.”

Il sistema, introdotto inizialmente in alcuni paesi del Nord-Europa per far emergere il lavoro nero in alcune attività lavorative (lavoro domestico, agricoltura, giardinaggio), è stato adottato creativamente dal welfare all’italiana, versione Fornero, che lo ha esteso a tutte le forme di lavoro non regolato da un contratto. In pratica una nuova tipologia di lavoro precario (melius est abundare…) nonché una delle più mal retribuite. Siccome il potere contrattuale di un lavoratore precario è pari allo zero, si può facilmente immaginare una proliferazione di accordi di quattro parole: “buono lavoro o niente”. La legge in verità, per limitare gli abusi, poneva un limite di 5.000 euro a questa forma di pagamento; poi però è arrivato il Jobs Act che ha esteso la soglia  a 7.000 euro causando, com’era facilmente prevedibile,  il boom dei buoni lavoro.

I beneficiari delle “tutele crescenti” del Jobs Act  hanno apprezzato moltissimo: si tratta di un’altra fetta di torta che passa dalla tavola dei più disgraziati a quella dei più ricchi. In questi giorni 200 persone hanno comprato una pagina di un grande quotidiano per esprimere tutto il loro sostegno al governo Renzi. Era il minimo.

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La Penultima Cena (Conquest Of Paradise)

mafia capitaleLe esequie cristiane di Vittorio Casamonica stanno oscurando, mediaticamente, il meeting di Comunione e Liberazione. I nipotini di don Giussani, da Rimini, cercano di ridimensionare l’evento ricordandoci che un funerale non si nega a nessuno; che siamo un popolo radicato nei valori cristiani del pentimento e della redenzione, e il Funerale Casamonica, tamarro quanto si vuole, rappresenta proprio l’epilogo di una storia edificante di pentimento e redenzione cui la Città Eterna, in questi anni, ha fatto da sfondo.

Due ex terroristi, Buzzi e Carminati, uno rosso l’altro nero, voltano le spalle al passato, si rimboccano le maniche, creano coop di servizi e posti di lavoro. Una piccola comunità rom si riscatta dai pregiudizi sul nomadismo, conditi di elemosine e piccoli furti, dando vita a sane attività imprenditoriali. Queste due piccole storie un bel giorno si incrociano, ed è il miracolo, in seguito magistralmente rappresentato in una cena, un classico dell’iconografia cristiana. L’immagine (degna del pennello di un Caravaggio) dell’allegra brigata al ristorante spopola da mesi sui social: c’è il faccione di Giuliano Poletti, boss delle Coop, il sindaco Alemanno, un Casamonica vivo e i volti sorridenti dei ragazzi di Mafia Capitale. Il compagno Poletti verrà premiato, per la profonda umanità e la grande sensibilità sociale, con una poltrona di ministro della Repubblica. Stupisce invece che all’elicotterista del Casamonica morto, dopo il lancio di petali di rosa dai cieli di Roma, abbiano ritirato la licenza. Ma anche qui ci soccorre l’etica cristiana: niente fiori, ma opere di bene.

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La lunga marcia dei neoliberali per governare il mondo

LUCIANO GALLINOQuando apro le finestre al mattino, di questi giorni, lo sguardo mi cade inevitabilmente sul Mont Pélerin, al di là del lago. È una montagnola svizzera a pochi chilometri da Montreux, nota sin dagli anni Venti per i buoni alberghi e il clima mite. È anche il luogo da cui ha avuto inizio, con la fondazione della Mont Pélerin Society (Mps) nel 1947, la lunga marcia che ha portato il neoliberalismo a conquistare un’egemonia totalitaria sull’economia e la politica dell’intera Europa. Con le drammatiche conseguenze di cui facciamo ancor oggi esperienza. Gramsci avrebbe trovato di grande interesse la strategia adottata dalla Mps per conquistare l’egemonia, intesa nel suo pensiero come un potere esercitato con il consenso di coloro che vi sono sottoposti. Anziché costituire l’ennesima fondazione o un think tank specializzato nel promuovere questo o quel ramo dell’economia, Mps scelse di costruire su larga scala un “intellettuale collettivo”.

Quando Friedrich von Hayek nel 1947 chiamò a raccolta un piccolo gruppo di economisti e altri intellettuali (tra cui Maurice Allais, Walter Eucken, Ludwig von Mises, Milton Friedman, Karl Popper) per fondare la Mps, i convenuti erano soltanto 38, per la maggior parte europei. Alla fine degli anni ‘90 erano diventati più di mille, sparsi in tutto il mondo, sebbene la maggioranza continuasse a provenire dall’Europa.

Radicato per lo più nell’accademia, questo intellettuale collettivo non redasse ambiziosi manifesti programmatici (gli “intenti” formulati nel ’47 al momento della fondazione sono una paginetta piuttosto banale, che si può leggere anche oggi identica sul sito della Mps), o grandi progetti di riforme istituzionali. Produsse invece migliaia di saggi e di libri, non pochi di notevole livello, che ruotano tutti intorno ai temi che per i soci della Mps erano e sono l’essenza del neoliberalismo: la liberalizzazione dei movimenti di capitale; la superiorità fuor di discussione del libero mercato; la categorica riduzione del ruolo dello Stato a costruttore e guardiano delle condizioni che permettono la massima diffusione dell’uno e dell’altro.

Grazie a questo immenso e capillare lavoro, verso il 1980 le dottrine economiche e politiche neoliberali avevano occupato tutti gli spazi essenziali nelle università e nei governi. Non è stata ovviamente soltanto la Mps a spendersi a tal fine, ma il suo ruolo è stato soverchiante. Non esagerava uno storico del pensiero neo-liberale (Dieter Plehwe) quando definì la Mps, anni fa, «uno dei più potenti corpi di conoscenza della nostra epoca».

Peraltro i soci non si sono limitati a pubblicare articoli e libri. Molti di loro sono giunti a occupare posizioni centrali nell’apparato governativo dei maggiori paesi. Ai tempi della presidenza Reagan ( 1981-88), su una ottantina di consiglieri economici del presidente più di un quarto erano della Mps. Le liberalizzazioni finanziarie decise dal governo Thatcher nella prima metà degli anni ‘80, che hanno cambiato il volto dell’economia britannica, furono elaborate in gran parte dall’Institute of Economic Affairs, una filiazione della Mps fondata e diretta da due soci, Antony Fisher e Ralph Harris. I vertici dell’industria francese e tedesca sono sempre stati numerosi nelle fila della Mps, intrattenendo stretti rapporti con i soci provenienti dal mondo politico.

Di rilievo è stata la partecipazione italiana alla Mps. Tra i suoi primi soci vi è stato Luigi Einaudi. Due italiani sono stati presidenti: Bruno Leoni (1967-68) e Antonio Martino (1988-1990) che figura tuttora fra i soci, accanto a (salvo errore), Domenico da Empoli, Alberto Mingardi, Angelo Maria Petroni, Sergio Ricossa.

Due caratteristiche segnano fortemente l’egemonia della Mps sulla cultura e la prassi economico-politica degli Stati europei a partire dagli anni ’80. La prima è la dismisura della vittoria su ogni altra corrente di pensiero — specie in economia. Il keynesismo, fin dalle origini l’arcinemico dalla Mps, è stato ridotto all’insignificanza, e con esso quello di Schumpeter, di Graziani, di Minsky. Sopravvivono qui e là in qualche dipartimento universitario, ma nella politica economica della UE contano zero. A forza di liberalizzazioni ispirate dalla cultura Mps, il sistema finanziario domina la politica non meno dell’economia — come ha dimostrato per l’ennesima volta il caso greco. I sistemi pubblici di protezione sociale sono in corso di avanzata demolizione: non servono, anzi sono nocivi, poiché ciascun individuo, secondo la cultura neoliberale, è responsabile del suo destino. La scuola e l’università sono state riformate, a partire dalla Germania per finire con l’Italia, in modo da funzionare come aziende. Wilhelm von Humboldt si starà rivoltando nella tomba.

La seconda caratteristica della cultura economica neoliberale formato Mps è la sua inverosimile resistenza alle pesanti confutazioni che la realtà le infligge da almeno 15 anni. I primi anni 2000 hanno visto il crollo delle imprese dot.com, glorificate dagli economisti neolib, che in nove casi su dieci erano trovatine su cui le borse, in nome dell’ipotesi che i mercati sono sempre efficienti, scommettevano miliardi di dollari. I secondi anni 2000 hanno invece assistito al quasi crollo dell’economia mondiale, minata dalla finanza basata deliberatamente su milioni di mutui ipotecari che le famiglie non avevano i mezzi per ripagare.

Dopo il 2010, gli economisti neoliberali e i politici da loro indottrinati hanno imposto alle popolazioni della UE le politiche di austerità, rivelatesi un fallimento totale a giudizio dei loro stessi promotori. In sintesi, gli economisti formato Mps hanno predisposto i dispositivi che hanno prodotto la grande crisi; non l’hanno vista arrivare; non hanno saputo spiegarla, e hanno proposto rimedi che hanno peggiorato la situazione. Ad onta di tutto ciò, continuano a occupare il ponte di comando delle politiche economiche della UE.

Se uno potesse chiedere a Gramsci come mai le sinistre europee comunque denominate, a cominciare da quelle italiane, sono state travolte senza opporre resistenza dall’offensiva egemonica del neoliberismo partita nel 1947 dal Mont Pélerin, forse risponderebbe «perché non li avete saputi imitare». Al fiume di pubblicazioni volte ad affermare l’idea dei mercati efficienti non avete saputo opporre niente di simile per dimostrare con solidi argomenti che i modelli con cui si vorrebbe comprovare tale idea si fondano su presupposti del tutto inconsistenti.

Inoltre, proseguirebbe Gramsci, dove sono i vostri articoli e libri che rivolgendosi sia agli esperti che ai politici e al largo pubblico si cimentano a provare ogni giorno, con solidi argomenti, la superiorità tecnica, economica, civile, morale della sanità pubblica su quella privata; delle pensioni pubbliche su quelle private, a fronte degli attacchi quotidiani alle prime dei media e dei politici, basati in genere su dati scorretti; dello Stato sulle imprese private per produrre innovazione e sviluppo, oggi come in tutta la seconda metà del Novecento; dell’importanza economica e politica dei beni comuni sull’assurdità della privatizzazioni?

Poiché la natura ha orrore del vuoto, il vuoto culturale, politico, morale delle sinistre è stato via via riempito dalle successive leve di lettori, elettori, docenti, funzionari di partito e delle istituzioni europee, istruite dall’intellettuale collettivo sortito dalla Mps. Il consenso bisogna costruirlo, e la MPS ha dimostrato di saperlo fare. Le sinistre non ci hanno nemmeno provato.

da Repubblica, 27 luglio 2015

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Tangentology

meeting riminiAd addolcire la fine dell’estate arriva, ogni anno, il meeting di Comunione e liberazione, creatura bicefala (setta religiosa e lobby affaristica) assolutamente inimitabile, tra tutte le eccellenze del made in Italy. E ogni anno si ripete la passerella di politici di tutti gli schieramenti, accomunati dal crisma del potere di elargire prebende e smuovere appalti. Non a caso sponsor pubblici e privati fanno a gara per finanziare l’evento. Per conto degli entusiasti contribuenti italiani provvedono aziende pubbliche, regioni e comuni. Ai tradizionali finanziatori si è aggiunto quest’anno il ministero del Lavoro. Abbiamo acquistato, per 100.000 euro, uno spazio dove lo Spirito Santo illustrerà ai lavoratori ancora diffidenti i vantaggi del Jobs Act. Per gli sfiduciati e i disoccupati di lungo corso c’è invece il contributo di Lottomatica, sponsor nel ramo gioco d’azzardo, perché se la Provvidenza sazia lo spirito un gratta&vinci e una botta di culo ti riempiono le tasche. Sarebbe ingiusto, tuttavia, rappresentare il raduno ciellino come un verminaio di intrallazzi politici e affaristici. Sono in programma dibattiti affascinanti a cui parteciperanno, si presume, fior di intellettuali. Uno, in particolare, è di stringente attualità:”La scelta di Abramo e i problemi del presente”.  Cosa scelse Abramo (linguine allo scoglio? paccheri cozze e fagioli? la solita manna dal cielo?) è roba da teologi ma i problemi del presente si risolvono anche con le Opere, meglio se organizzate in Compagnia e con le amicizie giuste. Il popolo di Dio si farà bastare il verso poetico che apre la kermesse, “Di che è mancanza questa mancanza, cuore, che a un tratto ne sei pieno?”. Il cuore, badate bene, non altre parti anatomiche assai più tragicamente e pericolosamante piene.

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Derivati, la storia della Voragine che costa agli italiani 4,7 miliardi l’anno

È Capodanno 2012. I banchieri di Morgan Stanley brindano a champagne perché i rischi sull’Italia sono scesi da 4,9 a 1,5 miliardi in tre giorni. Che cosa è accaduto? La banca americana ha “dato esecuzione ad alcune modifiche relative alla ristrutturazione di contratti derivati”. E l’Italia, all’epoca governata da Mario Monti, ha sborsato circa 3,4 miliardi senza battere ciglio. La cifra è da capogiro e da sola potrebbe finanziare la ricostruzione di Amatrice e Accumuli. Ma, in realtà, rappresenta una goccia nel mare se confrontata 47 miliardi di potenziale esborso stimato fra il 2011 e il 2021 per tutti i derivati sottoscritti dallo Stato italiano. Si tratta di una enorme quantità di denaro su cui il giornalista dell’Espresso Luca Piana ha voluto far luce con il suo nel libro-inchiesta La Voragine (edizioni Mondadori)…… leggi l’articolo

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Chi di Jobs Act ferisce…..

staino-0034Succede, quando la medicina si arrende di fronte a una malattia incurabile, che ci si affidi a maghi e/o a santi miracolosi.
Matteo Renzi ha pensato, laicamente, di risollevare le sorti dell’Unità affidandola al vignettista Staino, scelta peraltro di grande modernità: va bene l’eredità di Gramsci ma coi disegni si capisce meglio. Il risultato, sul piano delle vendite, è rimasto disastroso, e non poteva essere altrimenti. Nei giorni scorsi se n’è andato Zygmunt Bauman, il grande teorico della “società liquida”, eppure c’è ancora chi persevera nell’idiozia solida di tenere in vita, nel XXI secolo, un giornale di partito senza lettori.
L’Unità sembra uno di quei ristoranti che aprono e chiudono in continuazione, cambiando gestione ma non la cattiva cucina. Stavolta però il direttore Staino aveva cucinato un piatto forte. Aveva attaccato il referendum sul Jobs Act, accusando la Cgil di tradire le tradizioni della sinistra.
Roba grossa, titoli di giornali, polemiche.
Il direttore non ha fatto in tempo a godersi il centro della scena perché, come un fulmine a ciel sereno, sono arrivate le lettere di licenziamento. Il socio di maggioranza – privato –  ha deciso di licenziare i giornalisti dell’Unità: senza ammortizzatori sociali, secondo la filosofia di quel Jobs Act di cui il direttore aveva appena cantato le lodi, iscrivendolo a pieno titolo nella tradizione riformista della sinistra. E aggirarsi senza discernimento, in questi tempi bui, nella tradizione della sinistra può giocare brutti scherzi. Gli utili idioti sono funzionali a qualsiasi conformismo ideologico, a qualunque tradizione politica; quella mercatista e “moderna” del renzismo, sposata da Staino e dai suoi ragazzi, prevede, purtroppo, anche la categoria degli esuberi.
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Sanità, “negli ultimi sei anni boom dei costi per i cittadini, ma qualità e quantità delle prestazioni sono diminuite”

I dati del rapporto Ospedali & Salute 2016, preparato dalla società di ricerche Ermeneia in collaborazione con l’Associazione italiana ospedalità privata, mostrano che nonostante la spending review ci sono ancora sacche di inefficienza che valgono fino a 3,2 miliardi. Risultato: i pazienti si rivolgono a strutture private, si spostano in altre regioni o sono costretti a rinunciare alle cure.

Leggi l’articolo

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Marco Revelli: il Pd è morto, Pisapia fuori tempo massimo.

ROMA. Il renzismo è morto, il tentativo di Pisapia è patetico. Bersani e D’ Alema parlano quando ormai è troppo tardi. E l’ unica sinistra possibile è quella di Tsipras o di Podemos. Il giudizio di Marco Revelli, storico e ordinario di Scienza della Politica all’ università del Piemonte Orientale, è netto: per tornare a vincere, la sinistra deve prima esistere.

marco-revelliRevelli, vuol dire che oggi in Italia la sinistra non c’ è più?
Esatto, si è suicidata, ha mancato tutti gli appuntamenti. Non possiamo più definire di sinistra il Pd, dopo il drammatico esperimento renziano, con le politiche di questi 1000 giorni dal Jobs Act alla buona scuola, fino all’ attacco frontale alla Costituzione .

C’ è troppa distanza dal mondo del lavoro?
Basta ascoltare quello che dice il ministro Poletti: il giudizio che ha dato sui giovani costretti a emigrare lo colloca sul fronte opposto a quello di una vera sinistra. O pensiamo alla vergogna dei voucher, uno strumento per comprare forza lavoro dal tabaccaio al prezzo di un pacchetto di sigarette.

Quindi? Non si salva nessuno?
Purtroppo pure quei frammenti che si definiscono la sinistra della sinistra non sono credibili per le loro infinitesime dimensioni. Nemmeno l’ opposizione interna al Pd può essere un’ alternativa.

E la proposta di Pisapia?
È la più patetica, fuori luogo e fuori tempo, è destinata ad avere risonanza solo fra gli addetti ai lavori.
L’ associazione poi alla dichiarazione di voto per il Sì al referendum l’ ha privata definitivamente di credibilità .

Non la convincono nemmeno Bersani e D’ Alema?
Sono in ritardo, un clamoroso ritardo di consapevolezza. Per usare una metafora bersaniana, entrambi parlano alle stalle vuote, quando le mucche ormai sono scappate.

Perché la sinistra ha perso la sua identità?
Il peccato originale della sinistra occidentale è quello di aver accettato, nel passaggio tra il ’900 e il nuovo secolo, il paradigma neoliberista come uno scenario indiscutibile. Ha sottovalutato gli effetti della globalizzazione, massacrando la base e sanzionando la fine del suo radicamento sociale.

E da noi c’ è stata una narrazione sbagliata del Paese?
In Italia il linguaggio della sinistra si è identificato nell’ establishment. E il simbolo di questa mutazione profonda è stato l’ abbraccio mortale fra Matteo Renzi e Sergio Marchionne. L’ unico che sa dare voce ai sentimenti della gente è il capo della Fiom Maurizio Landini. Tutte le sinistre europee sono ceto politico, non ci sono più leader sociali.

Senza nessuna eccezione?
La Grecia di Tsipras e la Spagna, con Podemos a Madrid e Barcellona, sono gli unici casi in cui una sinistra di alternativa è al governo, fra l’ altro in spaventosa solitudine. Sono esempi difficili, ma gli unici possibili da cui ripartire.

La Repubblica, lunedì 02 gennaio 2017

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