L’Economist, Renzi e la pelle dei migranti

Una delle strategie per risolvere il problema delle migrazioni è riassunta dallo slogan “aiutiamoli a casa loro”, lanciato anni fa dalla Lega e riproposto recente- mente da Matteo Renzi. In concreto questa politica si è tradotta, negli ultimi anni, nel finanziamento di alcuni paesi nordafricani allo scopo di contenere i flussi migra- tori. Nessuna attenzione è stata prestata ai metodi utilizzati da quei regimi; lo scopo, del resto, non era aiutare a casa loro le persone che si mettevano in cammino, ma evitare che arrivassero a casa nostra. I risultati, fallimentari, sono sotto gli occhi di tutti. La linea dell’aiuto a casa loro – drammaticamente ridicola per i profughi di guerra che non hanno una “casa loro” dove essere aiutati –  si rivela semplicistica e demagogica anche se riferita ai cosiddetti migranti economici, ma i nostri politici sono più interessati a raccogliere facili consensi spendibili nell’immediato che a studiare i problemi per risolverli dopo aver, eventualmente, vinto le elezioni. Dovrebbero spiegarci cosa vuol dire, concretamente, aiutare i paesi da cui provengono i maggiori flussi migratori. Intanto, se davvero ci fosse la volontà politica di aiutare i paesi poveri, bisognerebbe smettere di rapinarli; cioè  smettere di depredarne le risorse materiali giocando su iniqui rapporti di scambio e di prosciugarne le risorse finanziarie attraverso il debito pubblico e la vendita di armi (il governo Renzi ha triplicato la vendita di armi a paesi in guerra). Dovrebbero anche avere l’onestà intellettuale di ammettere (o un livello di intelligenza accettabile per capire) che anche un aiuto “virtuoso” allo sviluppo è un percorso difficile che non produce risultati immediati. Anzi, “gli studi sull’argomento mostrano che, in una prima fase, lo sviluppo fa aumentare la propensione a emigrare, perché cresce il numero delle persone che dispongono delle risorse per partire. Le aspirazioni a un maggior benessere aumentano prima e più rapidamente delle opportunità locali di realizzarle.”(1) Parliamo dunque di processi storici lunghi e dagli esiti incerti, ma i Renzi e i Salvini sono più portati a riempire le cronache che a fare la Storia.

Un approccio meno conosciuto al problema dell’immigrazione è quello dell’accoglienza ispirata dalla logica del profitto. Un provocatorio articolo dell’Economist prova a immaginare uno scenario di totale apertura ai flussi migratori: secondo la bibbia del liberismo, il mondo diventerebbe immensamente più ricco, poiché in un paese sviluppato aumenta la produttività del lavoro dell’immigrato.«Chi prima lavorava la terra con un aratro di legno ora guida un trattore», riassume l’articolo. Bisogna riconoscere al liberismo anglosassone il merito della chiarezza: grazie all’immigrazione il mondo – cioè quello già ricco; l’unico, a quanto pare, per l’Economist – diventa più ricco e poco importa se avrebbe più senso portare un trattore dove si lavora con un aratro di legno piuttosto che far emigrare un autista africano nelle pianure europee. Ma l’Economist la pensa diversamente. «Dal punto di vista economico non ha senso che qualcuno lavori in Nigeria», continua l’articolo; per cui, sembra di capire, gli africani meno intraprendenti possono anche morire di fame. In questo caso lo slogan – brutale, sinceramente spietato – potrebbe essere “affamiamoli a casa loro“.

E c’è, infine, la strada più difficile. E’ la politica dell’accoglienza e dell’integrazione, ispirata ai valori della solidarietà umana, ma le élites che se ne fanno portatrici sembrano poco attente (o poco interessate) alle modalità con cui realmente si realizza questo processo, in un contesto socio-economico  caratterizzato da disoccupazione, bassi salari, precarizzazione dell’esistenza e tagli al welfare. Si lanciano lodevoli appelli contro i pregiudizi e il razzismo, ma manca del tutto una riflessione sui costi sociali e sui conflitti che vengono scaricati sui ceti economicamente più deboli e culturalmente meno attrezzati. Se i Renzi e i Salvini difettano di lungimiranza, i liberals pro-accoglienza senza condizioni soffrono di miopia: un giorno, forse, l’integrazione sarà cosa fatta ma oggi, in presenza di politiche sociali ferocemente liberiste, le periferie scoppiano e la guerra tra poveri è inevitabile. Occorre risolvere una contraddizione insanabile: non si può essere per l’accoglienza perché ce lo chiede la coscienza e per i tagli ai diritti e al welfare perché ce lo chiedono i mercati. Occorre una scelta di campo: la ricchezza, le risorse, le tecnologie che possono garantire a tutti un futuro migliore esistono ancora, nell’Europa che fu patria del Welfare State. Bisogna trovare la forza, il coraggio, l’intelligenza e la fantasia per andarsele a riprendere. Ma tra il tragico deserto africano e il soffocante deserto di idee della sponda europea c’è solo un mare di indifferenza e di morte.

 

 

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