Democrazia off-shore

Sergio Marchionne è nato in Italia ma ha il passaporto canadese; come amministratore delegato guadagna più di tutti gli operai di Mirafiori messi insieme, ma paga le tasse in Svizzera; ha trasformato la Fiat in un’azienda americana che ha la sede legale in Olanda e quella fiscale in Gran Bretagna, dopo che il gruppo torinese ha incamerato, per anni e sotto varie forme, fiumi di denaro pubblico. Il grande capitalismo italiano funziona così: fa quel che gli pare per incrementare i profitti ma si rivolge allo Stato per socializzare costi e perdite.
La Fiat è la più importante impresa italiana ed ha sempre suscitato una forte sudditanza politica e, in qualche caso, persino psicologica. Il vecchio Berlusconi, per esempio, ha sempre avuto il complesso di inferiorità nei confronti di Gianni Agnelli. Ancora oggi, ogniqualvolta si parla di Fiat, gli parte l’ansia da prestazione: a tutti i costi deve trovare la soluzione geniale. Qualche anno fa propose di vendere la Punto col marchio Ferrari, raccogliendo un vasto consenso sul fatto che si trattava di una boiata pazzesca. Ora Silvio ha partorito un’altra ideona: vorrebbe candidare Marchionne alla Presidenza del consiglio. Se la cosa andasse in porto l’Italia si confermerebbe un grande laboratorio politico: saremmo la prima democrazia off-shore.

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