Il fabiofazio e la legge del mercato

Il nuovo contratto del fabiofazio nazionale ha scatenato, come era prevedibile, un mare di polemiche. Inevitabile, quando un abitante su due del Mezzogiorno è a rischio povertà ma paga la bolletta della luce e il canone tv, tanto per dirne una sul contesto sociale italiano. Undici milioni di euro per quattro anni sono uno sproposito, roba da nababbi del pallone, con la differenza che, in quel caso, a pagare non sono i contribuenti. Dubito che negli altri paesi europei la televisione di stato paghi compensi faraonici ai conduttori televisivi. Aspetto, naturalmente, di essere smentito.

Non mancano, però, le voci controcorrente, le cui argomentazioni sembrano inattaccabili: il fabiofazio è un conduttore di successo, garantisce ascolti elevati e ricchi introiti pubblicitari, per cui il suo compenso è ampiamente giustificato dalle leggi del mercato. “Insomma, Fabio Fazio fa incassare molti più soldi di quelli che guadagna e le polemiche sul suo stipendio sono solo l’ennesimo sintomo dell’impazzimento di un paese dove lo sport nazionale è quello di guardare nel portafoglio altrui, il più delle volte per invidia sociale, in altri casi per un rigurgito di egualitarismo ottocentesco ormai caricaturale in un contesto di mercato globale.”

Insomma, ragazzi, basta egualitarismo ottocentesco:  il mercato è legge – l’unica, peraltro, di questi tempi – e tutto il resto son pugnette. Ma è proprio così?  Proviamo a fare un semplice ragionamento, fondato sulla logica del mercato. Partiamo da Endemol, che non è un analgesico ma una multinazionale che produce format televisivi esportabili in tutto il mondo. Endemol produce molti programmi acquistati dalla Rai; tra questi anche Che tempo che fa, il programma del fabiofazio. Ecco, fermiamoci un attimo. La Rai è la più grande azienda editoriale italiana, un gigante con più di diecimila dipendenti; eppure si rivolge ad un soggetto esterno per produrre una trasmissione condotta in studio, un prodotto semplice, che non richiede un grande impiego di risorse. E’ come se la Fiat facesse costruire la Panda dalla General Motors continuando a pagare lo stipendio ai propri operai. Naturalmente la Panda non la comprerebbe più nessuno, a causa del prezzo di vendita fuori mercato. Uno scenario assurdo ma non per la Rai, che è un’azienda pubblica governata dalla politica. In Rai tutto si tiene: paghiamo il mega-contratto del fabiofazio perché, numeri alla mano,  ce lo chiede il mercato, e paghiamo Endemol, anche se non ce lo chiede nessuno, perché la cultura in salsa Rai è un bene pubblico e si paga con la bolletta della luce.

 

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