Les Fleurs du mal (di pancia)

virginia-raggiVirginia Raggi e Beppe Sala sono i fiori (appassiti) all’occhiello dei rispettivi schieramenti. Proprio mentre il cine-panettone “Natale con Gentiloni”, con la sua schiera di ministri ignominiosi e ridicoli, si configura come un sontuoso regalo elettorale ai 5stelle, Virginia Raggi rischia seriamente di diventare la Boschi del M5S.

“Ho sbagliato a fidarmi di Marra”, ha dichiarato la sindaca. Ma il M5S non ha sempre predicato la mistica del curriculum pulito? E allora perché andare a pescare Marra nella discarica della peggiore politica?
Beppe Sala. Ha fatto bene ad auto-sospendersi. E’ assai meno credibile quando afferma di ignorare le accuse. L’indagine a suo carico riguarda il mega-appalto della Piastra di Expo, un vero spaccato delle “virtù” della nostra classe dirigente. La gara viene vinta dalla ditta Mantovani, con un ribasso spettacolare del 42%; persino Formigoni –  uno che non si impressiona facilmente, un esperto in materia – grida allo scandalo. Per il super manager Sala invece va tutto bene, va bene alla politica colpevolmente in ritardo e va bene anche alla procura di Milano che toglie l’indagine sul verminaio degli appalti al pm Robledo: the show must go on – e così pure le mazzette, gli affari e le ditte mafiose che completano la vetrina di Expo 2015.
La candidatura a sindaco di Beppe Sala verrà imposta da Renzi e le divisioni nella squadra di Pisapia faranno il resto: il partito degli affari entra a palazzo Marino in pompa magna.
A Roma le cose sono andate diversamente. Il partito degli affari (e del malaffare) è stato cacciato a furor di popolo, ma oggi prova a rientrare dalla porta di servizio. Roma è una città difficile, certo, ma il segno del rinnovamento deve essere netto, chiaro, inequivocabile; altrimenti il movimento che si propone di cambiare il volto del Paese rischia di perdere, oltre alla verginità, un’occasione storica. E il ceto politico dell’armata Renziloni, che dopo la vittoria del No appare come la parodia di Boldi & De Sica, rischia di riaccreditarsi come l’immutabile inflessibile ordinaria follia che presiede a ogni scelta sul nostro futuro.

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