Caro Saviano,

 

fidelHo letto il tuo post su Fidel Castro e anche i tanti insulti che ti sono piovuti addosso dai social, ai quali naturalmente non mi associo.
Però.
Però, tra la retorica del Líder Máximo e il tuo commento che sembra dettato dalla fretta di un Salvini qualunque, io vedo una prateria disabitata nella quale bisognerebbe avventurarsi, alla ricerca di spunti per riflessioni più approfondite e giudizi meno sommari. Perché il mondo è molto più grande della nostra asfittica Europa, perché Cuba non confina con la Norvegia, perché nel 1959 a L’Avana non è caduta la Repubblica di Weimer, perché l’esperienza cubana è cresciuta negli anni duri della guerra fredda e del bloqueo americano, e perché la lista dei perché è molto lunga.
Io credo che bisogna osservare Cuba e, in generale, l’America Latina con gli occhi del mondo, e soprattutto con gli occhi delle sue periferie. Scopriremmo che per gli uomini e le donne di una favela di Caracas Hugo Chávez non è affatto il caudillo grossolano descritto dai media occidentali. Scopriremmo l’orgoglio latinoamericano per Cuba, la piccola isola meticcia che ha saputo tener testa al gigante Usa; che Castro non può essere liquidato, con due righe, come un semplice tiranno logorroico fuori dalla Storia, dato che i diritti d’autore sulla Storia, per noi europei, sono scaduti da tempo. Credo che dovremmo maturare l’umiltà e la pazienza necessarie per ascoltare la versione di quella parte di mondo che la Storia l’ha sempre subìta. Perciò concludo con un brano su Fidel Castro di Eduardo Galeano, un tuo collega che ha saputo raccontarci l’America latina meglio di chiunque altro, e una nota malinconica finale: i sudamericani son più bravi di noi – professionisti come te e dilettanti come il sottoscritto – sia con un pallone trai piedi che con una penna tra le mani.
Cordiamente.
eduardo-galeanoI suoi nemici dicono che era un re senza corona che confondeva l’unità con l’unanimità.
E hanno ragione.
I suoi nemici dicono che se Napoleone avesse avuto un giornale come Granma, nessun francese avrebbe mai appreso del disastro di Waterloo.
E hanno ragione.
I suoi nemici dicono che ha esercitato il potere parlando molto e ascoltando poco, perché era più abituato a sentire echi di voci.
E hanno ragione.
Ma suoi nemici non dicono che non era per mettersi in posa per la storia che ha messo il petto di fronte alle pallottole degli invasori, che ha affrontato gli uragani da eguale, da uragano a uragano, che è sopravvissuto a 637 attentati alla sua vita.
Non dicono che la sua contagiosa energia è stata decisiva per trasformare una colonia in patria, e che non è stato per un sortilegio di Lucifero né per un miracolo di Dio che questa nuova patria ha potuto sopravvivere a 10 presidenti degli Stati Uniti, che si erano già messi il tovagliolo per mangiarla a pranzo con coltello e forchetta.
E non dicono che questa rivoluzione, punita per il crimine della dignità, è stata quello che ha potuto essere e non quello che avrebbe voluto essere. Né dicono che il muro tra il desiderio e la realtà è diventato sempre più alto e più largo grazie al blocco imperiale, che ha soffocato lo sviluppo di una democrazia alla cubana, ha obbligato alla militarizzazione della società e ha concesso alla burocrazia, che per ogni soluzione ha un problema, gli alibi di cui aveva bisogno per giustificarsi e per perpetuarsi.
E non dicono che nonostante tutte le sofferenze, nonostante le aggressioni esterne e l’arbitrarietà interna, questa isola rassegnata ma ostinatamente allegra ha generato la società meno ingiusta di tutta l’America Latina.
E i suoi nemici non dicono che questa impresa è stata opera del sacrificio del suo popolo, ma è stata anche opera della testarda volontà e dell’antiquato senso dell’onore di questo cavaliere che si è sempre battuto per i perdenti, come quel suo famoso collega dei campi della Castiglia.

 

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