Quel mio primo No.

referendum_divorzio-la-stampaSono felicemente iscritto al partito, fondato sulla cialtroneria retorica del capo del governo, di quelli che “dicono (quasi) sempre No“. Quando il Sì al cambiamento viene invocato dal Gattopardo di turno al potere, la risposta non può essere diversa. Un No forte e chiaro. E poi, il mio primo No risale addirittura al maggio del 1974. Si votava per l’abrogazione della legge sul divorzio; il referendum era stato chiesto dal fronte capeggiato dall’allora segretario della DC, Amintore Fanfani (per i più giovani: è il politico a cui dice di ispirarsi Maria Elena Boschi, la pasionaria dei rottamadores). Il mio primo No, purtroppo, non poté essere espresso in cabina elettorale perché ero minorenne, ma fu molto più attivo e partecipato di quanto non sia, oggi, il No alla riforma costituzionale Renzi-Boschi-Verdini. Allora si discuteva (e si litigava) dappertutto: nelle piazze, nei bar, nelle scuole, nei luoghi di lavoro.  Fu, in un certo senso, il mio battesimo politico. Avevo appena 15 anni, ma in quell’epoca “analogica” si era molto più precoci di certi ragazzotti fiorentini di fine millennio. La partecipazione al voto fu altissima (87,72%) e la vittoria del No schiacciante. Oggi, sulla riforma Renzi, la metà degli italiani non si esprime, mentre l’altra metà è spaccata in due. E stiamo parlando della Legge fondamentale dello Stato. Ci raccontano la favola della scarsa partecipazione al voto in tutte le democrazie avanzate, ma la realtà è che un Paese economicamente e socialmente in ginocchio non vede né la necessità né l’urgenza di una riforma costituzionale invocata, guarda caso, da una banca d’affari americana.

Chiedono, a noi “passatisti” del No, di “entrare nel merito” della riforma. Bene, entriamo nel merito. Il guaio è che appena entrati si respira subito una brutta aria: non si possono eleggere i senatori, è più difficile il ricorso al referendum, per le leggi di iniziativa popolare è stato triplicato il numero delle firme. La partecipazione democratica – un pilastro della Costituzione che prima del report di JP Morgan era “la più bella del mondo” – viene messa alla porta. Fuori dal merito, l’aria è ancora più irrespirabile: è una riforma che una minoranza resa artificialmente maggioranza parlamentare dal Porcellum, tenta di imporre al resto del Paese. Da bocciare a prescindere, anche se a scriverla fosse stato Calamandrei. Il vecchio Fanfani, almeno, il 40% degli italiani lo rappresentava davvero, e si trattava, nel suo caso, dell’abrogazione di una legge ordinaria. La nidiata di nipotini toscani del suo concittadino Licio Gelli rappresenta invece una potente minoranza: il Paese opaco, immutabile, delle oligarchie che ciclicamente insediano al governo un “nuovo” leader affinché nulla cambi realmente. E’ il male oscuro della fragile e malferma democrazia italiana, le cui difese immunitarie si sono spaventosamente abbassate, dopo vent’anni di berlusconismo e sotto il peso di una crisi di cui non si vede la fine. Il No del 1974 aiutava la libertà a crescere, quello del 4 dicembre serve a difenderla, ma è un passaggio fondamentale, per evitare che i tanti No ancora necessari in futuro diventino di pura testimonianza.

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