Dario Fo: “Io, populista e me ne vanto”

 

C’era da aspettarselo, ma è successo anche questo: mi hanno dato del populista. È accaduto sulle pagine de “l’Espresso” di domenica 21 agosto 2016 . L’autore dell’articolo dove tranquillamente mi si affibbia questo termine è Marco Belpoliti. Il mio detrattore insegna Sociologia della letteratura e Letteratura italiana all’Università di Bergamo. Il letterato impiega il termine “populista” nell’accezione negativa in voga da qualche anno in Italia, cioè quella di considerare il populismo una sorta di pretestuoso espediente per imbonire furbescamente una comunità di semplici creduloni facili ad essere gestiti con qualsiasi argomento. Ora mi sembra strano che un docente universitario si sia lasciato andare ad un uso così smaccato di una parola tanto palesemente mistificata. Ma che origine ha in verità questa espressione?
Basta andare su una delle tante enciclopedie di prestigio per venire a sapere quanto segue: “populismo” indica un’ideologia caratteristica di movimento politico o artistico che vede nel popolo un modello etico e sociale e il rispetto di ogni individuo che faccia parte di una comunità civile. Il movimento precursore di questa idea di democrazia può essere riconosciuto nella rivoluzione francese e ancor prima negli scritti di Jean-Jacques Rousseau. Quel suo primo testo ha inizio con un’aspra critica della civiltà come causa di tutti i mali e delle infelicità della vita di molti uomini, temi che saranno sviluppati dal “Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini”. Nel suo libro “Il contratto sociale”, inoltre, Rousseau afferma che «qualunque legge che non sia stata ratificata dal popolo in persona è nulla, non è una legge».

Questo stesso tema ha costituito la base del pensiero di Gianroberto Casaleggio fondatore con Beppe Grillo del Movimento 5 Stelle. Marco Belpoliti se la prende con me per lesa maestà di cosce ministeriali e, punitivo, parte alla ricerca dei miei peccati. Bontà sua riconosce la mia professionalità, ma aggiunge maliziosamente che ho avuto vita facile perché a differenza di altri grandi intellettuali non mi sono mai preso il rischio di agire in solitudine andando contro corrente e prendendo posizioni scomode. Beh, che un giornalista che, è evidente, si schiera come strenuo difensore di chi sta al governo e pone questioni sul coraggio degli altri fa come minimo tenerezza… Che io sappia stare dalla parte del governo di questi tempi non è una posizione molto audace… Comunque secondo Belpoliti me la sono presa comoda. Mentre Sciascia, Pasolini e Sartre hanno avuto il coraggio della solitudine io mi sarei sempre schierato andando sul sicuro, protetto da potenti movimenti di opposizione.

Il Belpoliti nella sua concione tace naturalmente dei nostri esordi, miei e di Franca, di rapporti un po’ difficili con il potere, come nell’occasione vissuta da noi due intellettuali fuori regola nel nostro scontro con la Rai. Scontro che terminò con la cacciata per ben quindici anni da ogni programma radiofonico e televisivo per aver denunciato per la prima volta nella storia della Rai gli incidenti sul lavoro che producevano vittime come fosse una guerra. E sempre per la prima volta abbiamo parlato anche di mafia, il tutto nella trasmissione “Canzonissima” dopo sette puntate. Infatti è stato molto comodo per me e per Franca portare nelle case del popolo spettacoli critici con il Pci alla presenza degli stessi dirigenti e subire il conseguente ostracismo della parte più rigida del partito. Come finì era da aspettarcelo, fummo pregati di uscire dalle Case del popolo, poiché la nostra critica era deleteria all’unità del partito.

Poi ci fu la stagione in cui la polizia decise di metterci ai polsi le manette e porci in arresto e in galera. E quindi i processi, le bombe a casa e in teatro, la nascita di Soccorso Rosso, l’assistenza ai compagni arrestati, la difesa dei diritti civili, il rapimento e le sevizie a Franca. Certamente facevamo parte di un grande movimento, ma non vedo come si possa affermare che questa partecipazione ci abbia garantito sonni tranquilli. Scrivere una cosa qualsiasi, pur di dare addosso, si può fare… Ma un minimo di aderenza ai fatti forse sarebbe dignitoso.
L’autore del libello mette in scena ad un certo punto Jean-Paul Sartre, inserendolo fra gli intellettuali che operavano in solitudine. Si vede benissimo che Marco Belpoliti non ha mai incontrato di persona l’inventore dell’esistenzialismo. Io personalmente, al contrario, ho avuto con Franca questa fortuna.

Siamo rimasti in contatto con lui per molto tempo, in quanto avevamo progetti di lavoro da realizzare insieme. La prima volta che ho avuto la fortuna di ascoltarlo fu alla Sorbonne dove teneva una lezione in un’enorme sala traboccante di giovani che bevevano letteralmente le sue parole. Il tema di quella lezione era l’impiego della situazione nel teatro popolare. Che significa “situazione”? è la chiave portante di ogni spettacolo della Commedia dell’arte, chiave strutturale che coinvolse Molière e perfino Shakespeare.

Infatti di Giulietta e Romeo ognuno ricorda esattamente la chiave di volta di quel dramma: il fatto che fra i due giovani si cali una parete che dice «Voi non potrete amarvi poiché le vostre famiglie sono in lotta cruenta fra di loro». Ma contro ogni logica ecco i due che scavalcano quelle mura invalicabili e si amano rischiando ad ogni passo la morte. Ma dobbiamo ammettere che senza quel veto tragico il loro sarebbe stato un amore del tutto normale. È il contrasto dell’impossibile che crea la spettacolarità e la commozione e questo grazie alla situazione che a sua volta crea il paradosso, il dramma e il teatro popolare.

Ma guarda quante volte la parola “popolo” esce nei discorsi sulla cultura! Quello del populismo è proprio un movimento infinito! Nel dibattito c’era chi prendendo la parola tentava di dimostrare che quella del popolo non fosse cultura, ma piuttosto un’imitazione dell’arte delle classi elevate. Volarono naturalmente, fra i presenti, espressioni piuttosto pesanti, l’una contro l’altra fazione e Sartre ad un certo punto chiese la parola, la ottenne ed esclamò: «Questa sì che è dialettica! Finalmente sento i conservatori indignati, ma privi di argomenti validi. Ecco perché mi piace dialogare con un pubblico eterogeneo e ricco di idee diverse come voi siete. La parola è davvero il mezzo più intelligente che abbia creato l’uomo». E c’è ancora chi chiama solitario l’agire di un intellettuale come Jean-Paul Sartre.

E visto che l’articolista scrive di coraggio e di andare controcorrente, potrebbe misurarsi con un inventario degli intellettuali che hanno criticato con l’impeto distruttivo di una piuma, oppositori che non hanno mai perso un giorno in tv e sui giornali importanti, che non hanno mai rischiato neppure un buffetto.

(da L’Espresso, 16/8/2016)

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