Chi ha paura di Donald Trump?

trump1Donald Trump verrà sconfitto da Hillary Clinton. Donald Trump è una persona sgradevole: ha l’aspetto di Le Pen, il linguaggio di Salvini, la chioma improbabile (e i quattrini) di Berlusconi. In Italia avrebbe qualche possibilità, ma in America i suoi connotati risultano ostici, se non ai più, a quelli che più contano: il cittadino civile e democratico, i salotti buoni dell’establishment, i media che con gli insulti e le spacconate del tycoon vanno a nozze. Da noi il buon Michele Serra, in un eccesso di entusiasmo, lo accusa persino di aver trasformato il partito repubblicano in un sacco vuoto da riempire coi suoi milioni.

E qui veniamo al punto. Il partito repubblicano (che non è precisamente un club di galantuomini) ha speso fior di milioni per cercare di distruggere l’immagine del suo candidato, senza riuscirci. Perché Trump non piace ai repubblicani? Perché è volgare? Perché è populista? Per la pettinatura? I pezzi grossi del Gop, sono notoriamente di bocca buona. Hanno mandato alla Casa Bianca (e per due volte) Reagan e G.W. Bush, presidenti che per intelligenza politica e profilo culturale erano persino inferiori a  Donald Trump. Di gaffes di Reagan su neri, poveri, donne e minoranze traboccano gli archivi e il mondo intero sta ancora pagando per i disastri combinati da Bush figlio. Allora perché Trump  – domanda retorica – non piace all’establishment? La risposta (non meno retorica) è che Trump è un pericoloso populista, essendo ormai la lotta al populismo come l’aspirina: va bene per qualsiasi terapia contro i mali del mondo. Per capire le ragioni dell’avversione dell’America che conta per Trump occorre grattare proprio sotto la retorica dell’anti-populismo. Trump è sicuramente razzista, violentemente anti-islamico, contrario all’immigrazione, ma in un Occidente che alza muri e scatena guerre non sembra affatto fuori posto. Una volta insediato alla Casa Bianca modererebbe gli eccessi verbali. Ma il problema dei populismi reazionari è che sparano nel mucchio e rischiano di colpire gli interessi di quei poteri forti che hanno contribuito a farli sorgere, dopo il progressivo svuotamento delle democrazie avanzate. Così un Donald Trump a caccia di consensi critica la Nato definendola un ferrovecchio, osteggia il trattato di libero scambio con l’Europa (il Ttip caro alle multinazionali) in nome degli interessi americani. Le oligarchie finanziarie e l’apparato militare-industriale controllano buona parte dei media e possono tranquillamente metabolizzare gli attacchi feroci al mondo islamico e agli immigrati messicani, ma non tollerano che si mettano in discussione i loro interessi, nemmeno con i modi sgangherati e contraddittori di Donald Trump. Non è questo il compito della politica, da decenni. I politici devono gestire l’esistente, devono essere credibili, devono sembrare ragionevoli e al passo coi tempi del liberismo trionfante. Trump appare come il classico elefante nella cristalliera delle istituzioni, dove il cittadino deve continuare a specchiarsi mentre il suo destino viene deciso altrove. Gli uomini di governo, i badanti dell’esistente, vengono selezionati dal potere economico-finanziario per cooptazione e quelli più bravi vengono spesso dall’area progressista, sia in Europa che in America. Per Trump pare proprio che non ci sia partita, a meno di un riallineamento in corsa. Hillary è la tua grande occasione, la strada è in discesa.

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