It’s the immigration, stupid. Dalla proibizione alla tassazione della immigrazione

di Stefano Bartolini

Si muovono progetti innovativi nella sinistra europea. Una parte dell’establishment della sinistra radicale, come il francese Melenchon leader del Parti de Gauche, il tedesco Lafontaine guru della Linke, Varoufakis in Grecia, Fassina in Italia e – pare – il nuovo leader del Labour inglese Corbyn – lavorano a un progetto europeo di una sinistra che si presenterebbe alle varie elezioni nazionali in nome di una agenda comune: l’uscita dall’Euro. L’euro per come è stato costruito e gestito è una prigione insopportabile per molti popoli. Il piano A è cambiarlo. Ma se non fosse possibile dobbiamo avere un piano B ed è l’uscita. Se l’unica alternativa è tra stare dentro o fuori da una prigione, meglio fuori – anche se fuori non è un granché.

Non discuterò se l’uscita dall’euro sia o meno desiderabile, per concentrarmi invece su questo: quali possibilità ha questo progetto di far uscire la sinistra radicale europea dalla sua marginalità?  In sostanza, quanti consensi elettorali può portare questa agenda? Funzionerà o sarà l’ennesimo buco nell’acqua?

Un grosso punto a favore è che economisti del calibro di Stiglitz, Piketty, Galbraith sembrano disposti ad appoggiare decisamente questa agenda. L’importanza di questo non dovrebbe essere sottovalutata: sono molti decenni che l’accusa principale che viene rivolta alle ricette economiche di sinistra è che, quando sono state sperimentate, si sono rivelate fallimentari. In sostanza la sinistra radicale viene accusata di non intendersi di economia. Diventerebbe surreale rivolgere questa accusa a premi Nobel per l’economia.

Ma la mia impressione è che questo non basterà per far impennare il consenso. È vero che l’euro è un problema importante di dimensione europea che quindi giustifica un programma transnazionale. Ma ce n’è un altro, tra i problemi di dimensione europea, che forse è ancora più sentito: l’immigrazione.

Non credo sia realistico pensare a un salto di qualità del consenso della sinistra senza recuperare quello delle classi popolari. Esso negli ultimi decenni è confluito sempre più verso i vari partiti e movimenti per il No Alla Immigrazione, che hanno conquistato progressivamente la scena politica più o meno in tutta Europa. Insomma, le classi popolari hanno mollato la sinistra non perché non si intenda di economia ma perché non si intende di immigrazione. “It’s the economy, stupid” fu la risposta che Bill Clinton dette quando gli fu chiesto cosa determinava la rielezione di un presidente in carica. Può darsi che questa regola valga per il consenso del presidenti americani. Ma per il consenso della sinistra la regola attuale è “it’s not the economy. It’s the immigration, stupid”.

Perché? Perché l’immigrazione è un problema di classe. Si tratta di concorrenza sul mercato del lavoro e non sul mercato dei capitali. Riguarda quindi coloro che vivono del loro lavoro non delle loro proprietà. Inoltre gli immigrati vanno a vivere nei quartieri popolari e non in quelli residenziali della classe media. L’immigrazione è forse la più nitida tra la varie questioni di classe che attraversano una società tentata dalla fantasia che le classi non contino più.

La sinistra oppone il No Al Razzismo al No Alla Immigrazione. Dire che opporsi alla immigrazione è razzista è perdente per varie ragioni. Perché equivale alla rimozione di un problema che colpisce fortemente e selettivamente la base sociale della sinistra. E perché è basato su una correttezza politica radicata in eventi europei di settant’anni fa, dei quali va sfumando la memoria storica. Per questo il No al Razzismo diventerà sempre più flebile e infarcito di distinguo se non viene associato a proposte concrete di soluzione dei problemi. Dire che opporsi alla immigrazione è razzista, oltre che perdente, è probabilmente anche falso perché molta gente che ha problemi con l’immigrazione non è affatto razzista.

L’altro argomento sostenuto dalla sinistra è che gli immigrati creano ricchezza perché aumentano il Pil. Questo argomento è uno dei più spettacolari omaggi al detto secondo cui la statistica è quella scienza secondo cui se un uomo mangia due polli e un altro nessun pollo, essi mangiano un pollo a testa. Perché costi e benefici della immigrazione sono distribuiti in modo molto diseguale tra le classi. Per le imprese vuol dire lavoro a basso costo, per molti lavoratori vuol dire meno posti di lavoro e meno salari. E magari quartieri più pericolosi.

I partiti del No Alla Immigrazione riconoscono invece che i problemi posti dalla immigrazione esistono e sono largamente di classe. Ma le soluzioni che propongono sono del tutto irrealistiche, come quella di un controllo capillare delle frontiere e del territorio per fermare l’immigrazione clandestina. Si tratta di una proposta realistica quanto quella di ridurre l’inquinamento dando la caccia alle singole molecole di inquinanti, una per una. Ci sono paesi che hanno una bassa immigrazione clandestina, come l’Australia o l’Islanda. Ma al di là di quelle particolari condizioni geografiche nessuno riesce a evitare eserciti di clandestini. Nemmeno gli Stati Uniti che pure investono molto nel controllo della frontiera con il Messico. Ma anche le soluzioni inefficaci e costose – come lo stato di polizia – si ammantano di fascino nel deserto delle alternative.

Una parte sostanziale dell’impatto devastante che l’immigrazione ha sui salari dei lavoratori poco qualificati è dovuta proprio alla sua natura largamente clandestina. I clandestini non hanno diritti, sono gente ricattabile che accetta di lavorare per bassi salari. Quindi migliorare la loro situazione è condizione necessaria per migliorare la nostra. Ma come farlo? Se il problema è la clandestinità sembra esserci una unica soluzione: legalizzare tutta l’immigrazione. Ma questa appare ai più una toppa peggiore del buco: le ondate migratorie alle quali siamo periodicamente sottoposti diverrebbero uno tsunami.

Questo è il dilemma tra invasione ed esclusione nel quale siamo intrappolati. È un dilemma del tipo padella-brace talmente devastante da far apparire sensate anche proposte velleitarie. Questo è il torbidissimo brodo di coltura in cui proliferano le varie Leghe d’Europa.

Cosa può fare la sinistra? Primo, riconoscere che l’immigrazione crea problemi di classe e non di razzismo. Secondo proporre delle soluzioni realistiche. Esiste un modo di dare diritti agli immigrati senza aumentarne il numero: rendere legale l’immigrazione dietro al pagamento di una tassa. Questa tassa dovrebbe essere equivalente a quella praticata dai trafficanti di immigrazione illegale. Perché un mercato per l’immigrazione esiste ed è quello nero. Ed è il suo alto prezzo il motivo principale per cui non “vengono tutti”. Quello che propongo è di mantenere tale alto prezzo, in modo da limitare gli immigrati, ma di dare loro dei diritti. In modo da aumentare il salario al quale sono disponibili a lavorare.

Questa proposta ha vantaggi molto consistenti in termini di introiti fiscali, che potrebbero essere almeno in parte usati per l’inserimento degli immigrati. Corsi di lingua, di cultura nazionale, in cui si cerca  di familiarizzarli con i diritti e i doveri del vivere nei loro nuovi paesi. Sono tutti soldi che attualmente lasciamo a mafie che vanno accumulando immensa ricchezza e potere.

Mi rendo conto che gli svantaggi di questa proposta sono molto rilevanti: rendere vendibile il diritto a vivere in un paese ha un impatto simbolico negativo. Ci sono cose che non dovrebbero essere vendibili e il diritto a vivere in un paese è una di queste. Non sto sottovalutando questo problema, penso solo che sia il male minore. Soprattutto, l’immigrazione viene già venduta e questa non è tra le cose che possiamo realisticamente fermare. Non credo comunque che la mia proposta verrebbe percepita come “vendere i permessi di soggiorno agli immigrati”, se venisse offerto in cambio un serio e utile servizio di formazione alla cittadinanza.

Quanto è probabile che passare dalla proibizione alla tassazione della immigrazione riesca a smontare il mercato nero? I trafficanti probabilmente ridurrebbero i prezzi nel tentativo di fare concorrenza all’offerta legale di permessi fatta dagli stati. Hanno i margini per farlo perché il mercato è verosimilmente poco concorrenziale e i loro profitti sono ampi. Comunque il prezzo dell’emigrazione illegale dovrebbe diventare trascurabile per competere con il suo concorrente, perché l’immigrazione legale è un prodotto di qualità superiore. Ma la discesa del prezzo sul mercato nero incontra un limite nei costi sostenuti dai trafficanti, che sono sostanziali. Scafi e combustibile sono la parte minore di questi costi perché il traffico di immigranti implica le costituzione di reti criminali transnazionali, con connesse imprescindibili corruttele e compiacenze nei paesi riceventi, che sono costose da mantenere. Per questi motivi è improbabile che prezzi competitivi possano essere praticati dal mercato nero. Esso si assottiglierebbe molto, divenendo anche più facile da controllare.

Si noti che verosimilmente aumenterebbe il consenso ad azioni di deciso contrasto della immigrazione clandestina. È chiaro a tutti che attualmente molti di coloro che immigrano illegalmente non hanno alternative. Il che implica che noi al loro posto faremmo le stesse scelte. Questa schizofrenia del “violano le nostre leggi ma noi faremmo lo stesso” alimenta la divisione profonda nelle opinioni pubbliche europee sull’immigrazione. È questa schizofrenia che governa le continue fluttuazione delle opinioni pubbliche tra ondate di solidarietà e di astio con gli immigrati.

Se divenisse legale immigrare, l’immigrazione illegale cambierebbe la sua natura, divenendo innanzitutto un reato: evasione fiscale. Non si tratterebbe più di gente che viola le nostre leggi perché non ha alternative. Un punto di vista così diverso rafforzerebbe il consenso verso atteggiamenti più rigidi nei confronti della immigrazione illegale. Rendere la scelta di fare il trafficante o l’immigrante illegale più costosa e rischiosa diverrebbe meno divisivo. Per tutti questi motivi è probabile che il mercato nero rimarrebbe schiacciato da un competitore formidabile e che l’immigrazione illegale crollerebbe.

In compenso quella legale aumenterebbe molto. Quanto? Questa è una domanda cruciale perché la logica di questo progetto è di trasformare l’immigrazione illegale in legale senza generare una invasione.

Contrariamente a quanto pensa molta gente i rischi del viaggio pesano normalmente poco nella decisione di migrare illegalmente. Le situazioni in cui i viaggi divengono rischiosi sono quelle migrazioni di massa convulse e disperate a cui stiamo assistendo e che sono tipicamente prodotto delle guerre. In condizioni normali i viaggi dei migranti sono relativamente sicuri. I costi rilevanti sono quindi quelli monetari. Da questo punto di vista una tassa equivalente al prezzo del mercato nero non attirerebbe più migranti.

Naturalmente l’immigrazione legale è più attraente di quella illegale. Questo richiederebbe probabilmente che la tassa sia superiore al prezzo attuale del mercato nero per scoraggiare un aumento dei migranti. In ogni caso, manovrando il livello della tassa potremmo avere un qualche controllo sui flussi migratori, che invece al momento sono fuori controllo. Il livello della tassa dipende fondamentalmente da quanti migranti decidiamo di volere.

Sembra quindi plausibile che legalizzare e tassare l’immigrazione produca uno scenario in cui migliora contemporaneamente la situazione dei migranti e la nostra, senza che subiamo una invasione. In un contesto in cui l’immigrazione illegale venga perseguita senza resistenze.

Questa proposta mira in pratica a legalizzare il mercato nero della immigrazione, in modo da poterlo regolare, controllare, umanizzare e sottrarre alle mafie. Naturalmente se continuano ad esserci una gran quantità di paesi che offrono solo vite senza speranza la pressione per emigrare continuerà ad essere alta. Il solo modo per diminuirla è migliorare la situazione dei paesi di provenienza e questo implica la costruzione di un diverso ordine economico globale. La sinistra dovrebbe proporre che l’Europa divenga promotrice e cardine di questo nuovo ordine. Esso richiede di colpire gli interessi della grande finanza globale, un formidabile marchingegno per spogliare i paesi poveri dei loro già scarsi capitali. In pratica la finanza globalizzata è lo strumento attraverso il quale i ricchi dei paesi poveri mandano i loro capitali nei paesi ricchi, cioè nelle grandi piazze finanziarie. Cioè tolgono capitali da dove ce n’è più bisogno per spedirli dove ce né meno bisogno.

Un diverso ordine economico globale richiede anche di colpire gli interessi delle corporations globali del consumo, incaricatesi di crescere nuove generazioni di aspiranti consumatori compulsivi in paesi con problemi di povertà di massa. Un esperimento sociale da apprendisti stregoni del quale le corporations si preparano a raccogliere i profitti, lasciando a tutti gli altri i devastanti costi sociali. L’unica cosa realistica è reindirizzare il malcontento sulle vere cause dei problemi. Cioè l’esclusiva ricerca del profitto e le grandi aziende che promuovono la cultura del consumo, distruggono le comunità e creano instabilità ovunque nel mondo.

Qualunque cosa si pensi di queste proposte, la questione della immigrazione va affrontata e non rimossa. Proposte realistiche e coraggiose sull’immigrazione sono ineludibili se vogliamo che suonino credibili le promesse della sinistra per farci vivere in una Europa almeno un po’ migliore.

(14 novembre 2015)

Perché la sinistra muore, ogni giorno

di Nicolò Bellanca

Sabato 14 novembre scorso, MicroMega online ha posto, come articolo di apertura, e quindi con grande visibilità, It’s the immigration, stupid. Dalla proibizione alla tassazione dell’immigrazione. Si tratta di un breve ragionamento, che conduce ad una proposta politica d’intervento, su uno dei temi più caldi ed emotivamente coinvolgenti del nostro periodo storico. L’autore, Stefano Bartolini, è un economista, che con il libroManifesto per la felicità (Feltrinelli, Milano, 2013) ha già mostrato di saper scrivere per tutti e di saper suggerire strategie d’azione su cui una sinistra rinnovata dovrebbe confrontarsi.

L’articolo di Bartolini sull’immigrazione è tanto incisivo, quanto provocatorio. Non è mio obiettivo, qui, riassumerne i contenuti. Ricordo però che esso esordisce rimproverando alla sinistra italiana di non riuscire a cogliere le implicazioni più scomode del problema, e, sulla base di questa miopia, esso spiega il fatto che una parte significativa dell’elettorato popolare si sta volgendo verso altre forze politiche. Insomma, avremmo avuto tutti gli ingredienti per solleticare l’attenzione dei lettori di MicroMega e, come si diceva una volta, per “aprire il dibattito”. Invece il testo di Bartolini ha riscosso, nei giorni successivi alla sua uscita, un numero di “mi piace” pari ad un centesimo, rispetto a quello di altri articoli apparsi quasi contemporaneamente; gran parte dei commenti che ha ricevuto alzano gli scudi dell’ideologia, a scapito della voglia di capire; infine, ha ottenuto una limitatissima riproposizione su altri siti progressisti. Siamo dunque davanti a un’occasione perduta, una delle tante, piccole o grosse che esse siano, per progettare assieme, alla luce del pensiero critico invocato da Luciano Gallino, la strategia di una rifondata sinistra nel nostro paese.

Perché continuiamo a perdere simili occasioni? Perché la sinistra continua a morire, giorno dopo giorno? Una prima chiave di risposta è il “tafazzismo”: la propensione a volerci del male, compiangendoci e, al fondo, provandone piacere. Come il personaggio comico interpretato da Giacomo Poretti, la sinistra si percuote gli zebedei per atteggiarsi a vittima di se stessa. Una seconda chiave di lettura sta nel “benaltrismo”: la propensione per la quale si sostiene, quando si hanno le mani nel fango di un problema concreto, che l’autentica priorità sta da un’altra parte, giustificando così l’insipienza e, non di rado, l’opportunismo. Una terza chiave risiede nello “stavamo meglio, quando stavamo peggio”: parecchi ex-militanti, che appaiono oggi disillusi e frustrati, evocano con nostalgia qualche leader Massimo, che ai suoi tempi le sbagliò proprio tutte, e che nulla ha capito di quei fallimenti, ma che ai loro occhi rappresentava una Figura di Riferimento e la Continuità con un Glorioso Passato in vista di un Radioso Avvenire. Altre chiavi potrei aggiungere: basta guardarsi in giro e guardarci dentro.

Desidero, piuttosto, concentrarmi su un meccanismo potente e subdolo di cui si parla poco o nulla: l’impotenza appresa (in inglese ha un’espressione quasi impronunciabile:learned helplessness). Una mosca è prigioniera nella stanza. Associa la luce alla via d’uscita. La luce proviene dalla finestra chiusa. La mosca si lancia verso la finestra, più e più volte, sbattendo contro il vetro. Infine, smette. Qualcuno apre la finestra, ma la mosca ha rinunciato a volare e quindi resta prigioniera. L’impotenza appresa è l’atteggiamento rinunciatario di un soggetto che, in seguito alla ripetuta esposizione a situazioni che gli sembrano incontrollabili, smette di agire perfino quando il cambiamento è alla sua portata.

In recenti contributi teorici, Karla Hoff e Joseph Stiglitz analizzano questo meccanismo, anche se lo chiamano in un altro modo.[1] Ripercorro in poche battute la loro riflessione, tentando di semplificarla il più possibile. Ognuno di noi usa quotidianamente una batteria di strumenti culturali che non ha personalmente inventato ed elaborato. Si tratta dei concetti, delle categorie, degli stereotipi, delle narrative causali, delle ideologie, delle credenze su com’è composto e funziona il mondo. Questi strumenti riflettono la comprensione della realtà da parte del gruppo sociale al quale apparteniamo. Essi costituiscono i “modelli mentali condivisi” sulla cui base elaboriamo passioni ed emozioni, ponderiamo decisioni, attiviamo comportamenti, affrontiamo i problemi dell’azione collettiva, assecondiamo o trasgrediamo le norme sociali. Questi modelli mentali non sono imposti da un potere esplicito, o da una pressione sociale diretta, e quindi non esigono meccanismi che ne assicurino l’applicazione; si propagano perché sarebbe molto costoso e difficile, per ciascuno di noi, vagliarli e sostituirli in maniera sistematica. Infatti, di solito, un soggetto concentra la sua attenzione critica su un’area limitata del vasto spazio coperto dai modelli mentali condivisi, mentre, nei riguardi del resto, rispetta una sorta di principio d’inerzia: i modelli mentali permangono o subiscono mutamenti gradualistici fin quando non interviene una forza perturbante alla quale magari egli contribuisce, ma che è sempre ben maggiore del suo singolo apporto personale.

I modelli mentali condivisi forniscono dunque la cornice entro cui osserviamo la realtà e selezioniamo le informazioni. Essi, attenendosi a un principio d’inerzia, tendono a confermare le valutazioni passate, che così diventano pre-giudizi. A loro volta i pregiudizi hanno una pervicace capacità di durare, ignorando le circostanze che li smentiscono: in una famosa favola, il Re è nudo ma tutti stanno zitti poiché, malgrado nessuno lo creda vestito, ciascuno crede che gli altri lo credano. Finché imperano i pregiudizi, l’immaginazione è incatenata: vediamo, quale unico orizzonte, il TINA (there is no alternative, secondo il famoso slogan di Margaret Thatcher).

Torniamo alla mosca. Per capire il formarsi dell’impotenza appresa, dobbiamo, assieme a Hoff e Stiglitz, distinguere tra i modelli mentali condivisi, che includono anche le credenze su com’è fatto e come funziona il mondo, e la “credenza di secondo ordine”, che è la credenza sull’adeguatezza (o capacità egemonica) dei modelli mentali. La moscacrede nella credenza per cui l’uscita si trova soltanto verso la luce; le sue azioni sono governate dalla sua credenza di secondo ordine; perciò continua a sbattere sul vetro, fino a convincersi che gli eventi siano del tutto al di fuori della sua capacità di controllo. Il senso d’impotenza nasce perché la credenza di secondo ordine stabilisce che la credenza di primo ordine è immodificabile. Se la credenza sulla credenza cambiasse, la mosca potrebbe cambiare la sua credenza di primo ordine, esplorare altri comportamenti, cercare altre vie di fuga, e magari accorgersi che la porta è aperta, ma affaccia sul buio … (Il pensiero critico non offre fonti di luce sicure e tranquillizzanti).

Concludo. I modelli mentali sono condivisi (o egemoni) se e finché viene accettata la credenza di secondo ordine. Più è durevole e pervasiva la credenza di secondo ordine, più si radica l’impotenza appresa. La principale scommessa teorica e politica, da cui dipende la sorte della sinistra italiana, è che la credenza di secondo ordine possa mutare più rapidamente e frequentemente di quanto mutano i modelli mentali, e quindi le credenze di primo ordine. Si tratta di una scommessa il cui esito è affidato all’immaginazione dei singoli, all’azione collettiva e alla conflittualità politica. Leggere e discutere un articolo come quello di Bartolini, è una (pur piccola) posta che puntiamo su quella scommessa.

Nota

[1] Karla Hoff & Joseph E. Stiglitz, “Equilibrium fictions: a cognitive approach to societal rigidity”, American economic review, papers and proceedings, 100, 2010, pp.141-146; Karla Hoff, a cura di, Mind, society, and behavior, World Development Report della World Bank, 2015.

(19 novembre 2015)

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