Pierfranco Pellizzetti – M5S e alleanze, cade l’ultimo tabù per vincere davvero?

m5sForse questo risulterà più chiaro riavvolgendo a ritroso il film di questi ultimi anni. Dopo le elezioni del febbraio 2013 il M5S diventa il primo partito in Parlamento e fa subito la mossa giusta, candidando Stefano Rodotà a presidente della Repubblica.

Ma tale scelta non è soltanto l’indicazione di una persona più che stimabile, visto che il celebre giurista è anche autorevole esponente di un milieu cultural-politico molto preciso; l’area di una sinistra “altra” – tra azionismo, radicalismo e laburismo – che ha sempre esercitato un ruolo critico nei confronti della degenerazione etica dei partiti. Una sorta di accampamento virtuale dell’indignazione ante 2011.

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Poi sappiamo come è andata, con il Movimento rapidamente ripiegato su se stesso a inseguire problematiche aperture delle Camere “come una scatoletta di tonno”, che accelerava la contromossa della partitocrazia: la messa in campo di una macchina da guerra reazionaria incarnata da Matteo Renzi, per blindare l’habitat di un ceto interessato solo alla personale sopravvivenza politichese, assommando le giacenze di consenso del vecchio Ulivo con l’intercettamento della base elettorale di un berlusconismo in liquidazione.

La sommatoria di slogan blairiani, managerialese e spruzzatine di piduismo che dava vita a quel “Giglio Magico” che trionfò alle Europee del 2014.

Al di là delle comprensibili invettive contro tale esito, forse andrebbero analizzate le ragioni per cui un’accozzaglia di residuati è sfociata in esiti vincenti. Indubbiamente perché ha saputo giocare la carta del rassicuramento, seppure con punte vergognosamente demagogiche tipo le paghette da 80 euro e il ripristino di antichi slogan mendaci e demagogici alla “meno tasse per tutti”. Non c’è dubbio. Ma un fattore determinante è risultato la capacità di aggregare. Del resto aspetto già dimostratosi decisivo agli albori della Seconda Repubblica, quando Silvio Berlusconi adottò una tattica che era il massimo della spregiudicatezza corruttiva: alleanze al nord con Bossi e al sud con Fini. Vale a dire, mettendo cani e gatti in un unico bigoncio pur di vincere. Renzi ha imparato la lezione, mentre il Cinquestelle saliva sul ring contro avversari di per sé estremamente scorretti con una mano legata dietro la schiena: l’auto-divieto di stringere accordi. Un principio sacralizzato a tutela della natura incontaminata del soggetto o il disegno di mantenere un ferreo controllo?

Fatto sta, così facendo ci si condannava a restare una consistente minoranza, impossibilitata a diventare maggioranza (e cambiare davvero le cose). L’alibi stava tutto nella considerazione che “con questi partiti non ci si può alleare”. Ma chi dice che l’alleato debba essere uno di questi partiti che non rappresentano più niente? Quando per vincere i veri interlocutori sono pezzi di società; dai movimenti per la legalità a quelli per i diritti del lavoro, dall’acqua pubblica alla tutela dell’ambiente.

Dunque, contrordine compagni. Se è saltato il divieto di andare in Tv, tanto che oggi i Cinquestelle sono persino sovresposti mediaticamente, si può accantonare pure l’ossessione isolazionistica che spianava la strada a quanto si intende avversare.

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