L’uomo che raccontava il cuore di Hebron

Dal patio di fronte alla casa si scorgono le montagne intorno a Hebron, nella parte meridionale della Cisgiordania. Accanto allo stipite della porta, in alto, un proiettile incastonato nel muro è rimasto come monito, sparato dai coloni israeliani in una delle loro ultime incursioni.

Un punto di riferimento della resistenza non violenta

Il medico palestinese Hashem Azzeh viveva con la sua famiglia a Tel Rumeida, un quartiere nel centro di Hebron da cui negli ultimi decenni sono state cacciate quasi tutte le famiglie palestinesi.

Ma Azzeh aveva deciso di resistere, di non lasciare la terra e la casa dove la sua famiglia ha vissuto per generazioni. Nel corso degli anni tutti i terreni intorno sono diventati di proprietà israeliana e lui aveva ricevuto diverse offerte di acquisto per la sua casa. Aveva sempre rifiutato. E i vicini non avevano gradito.

Per arrivare a casa di Hashem Azzeh bisogna infilarsi in un sentierino tra gli alberi, perché l’accesso principale è stato bloccato dagli israeliani. Il giardino rigoglioso deve essere continuamente ripulito dalla spazzatura lanciata dai vicini.

Un sistema di tubi, più volte rattoppati, corre in superficie perché le tubature originarie sono state distrutte. Gli alberi da frutto del giardino sono stati più volte avvelenati. I vetri alle finestre mandati in frantumi. I mobili e gli elettrodomestici distrutti in vari assalti dei coloni e delle forze di sicurezza israeliane.

I quattro figli di Azzeh, tra i 17 e i cinque anni, andando e tornando da scuola sono spesso insultati dai vicini, che gli sputano addosso. La moglie Nisreen nasconde l’andatura claudicante sotto l’ampia veste. È stata più volte aggredita dai coloni. Gli attacchi le hanno causato due aborti.

Forse è inutile cercare di definire questa sommossa se prima non si dà un nome alla violenza che l’ha generata.

Hashem Azzeh raccontava tutto questo alle molte persone che passavano da casa sua. Attivisti, giornalisti e viaggiatori di tutto il mondo. Azzeh era diventato un punto di riferimento dei movimenti contro l’occupazione israeliana dei territori palestinesi e a favore della resistenza e della non violenza.

Accompagnava gli stranieri attraverso la città divisa, gli mostrava il muro costruito dagli israeliani per separare i quartieri, le abitazioni occupate illegalmente, i posti di blocco sorvegliati dai soldati israeliani, fermandosi sul ciglio delle strade il cui accesso è vietato ai palestinesi.

I coloni israeliani hanno cominciato ad arrivare a Hebron all’inizio degli anni settanta. Hebron era considerata una città santa per la presenza della tomba dei patriarchi. Da allora, almeno mille abitazioni palestinesi sono state abbandonate e 1.829 negozi sono stati chiusi, portando al collasso la città che un tempo è stata snodo commerciale di tutta la Cisgiordania meridionale. Oggi circa seicento coloni vivono nella città vecchia di Hebron, protetti da quattromila soldati.

Raccontate la nostra storia

Il 21 ottobre Hashem Azzeh, che aveva 54 anni, ha sentito un dolore al petto. In passato aveva avuto problemi al cuore e ha capito che doveva andare subito in ospedale. L’ambulanza chiamata dalla famiglia è stata fermata al posto di blocco all’inizio di Shahada street.

Azzeh si è quindi incamminato verso Bab Zawiyeh, l’area dove si trova il posto di blocco e che divide il settore palestinese da quello sotto il controllo dei militari israeliani. Lì si è imbattuto negli scontri tra i soldati e i palestinesi che protestavano per l’uccisione, avvenuta la sera prima, di due giovani accusati di aver cercato di accoltellare un militare. Dopo aver respirato i gas lacrimogeni sparati dai soldati israeliani, Azzeh ha avuto una crisi respiratoria e ha perso conoscenza. È arrivato in ospedale in condizioni critiche. È morto poco dopo.

Hashem Azzeh è uno dei 52 palestinesi morti nell’ondata di violenza che alcuni chiamano “terza intifada” o “intifada dei coltelli”, in cui sono rimasti uccisi anche nove israeliani.

Le aggressioni dei palestinesi a civili e militari israeliani e le violenze dei soldati e dei coloni israeliani nei confronti dei palestinesi si susseguono a un ritmo così intenso che è difficile tenere il conto dei morti e dei feriti e distinguere i singoli episodi. Forse è inutile cercare di definire questa sommossa se prima non si dà un nome alla violenza che l’ha generata. Una violenza che Azzeh denunciava ogni giorno con i suoi modi gentili e con la sua determinazione.

“Perché non te ne vai? Come fai a vivere in queste condizioni? Come trovi la forza di restare?”, gli chiedevano i visitatori che per qualche minuto o qualche ora respiravano l’angoscia e l’oppressione in cui viveva la famiglia Azzeh. “Questa è casa mia, è la mia terra. Voglio insegnare ai miei figli a resistere e a lottare per i loro diritti. È per loro che lo faccio, sono loro che mi danno la forza”, rispondeva Hashem Azzeh.

“Cosa possiamo fare per aiutarti?”.

“Raccontate, condividete la nostra storia. Più persone conosceranno la nostra situazione meno ci sentiremo soli”.

Francesca Gnetti

Fonte: Internazionale, 26.10.2015

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