I compiti delle tecnocrazie che non finiscono mai

 

domenico tambascoViaggio nelle lande della tecnocrazia dove previsioni e raccomandazioni scientifiche di “esperti” senza volto, declamanti la flessibilità e la “moderazione salariale”, si affiancano a panorami sociali devastati dalla crescente disoccupazione e dal crollo della produttività. Colpa della mancata realizzazione delle “riforme strutturali” o, al contrario, della loro pervicace attuazione? La coscienza della fallibilità e dell’incertezza delle soluzioni tecniche calate dall’alto potrebbe – forse – smascherare l’insostenibile leggerezza dei tecnici.

“Houston abbiamo un problema”: ovvero dell’ultimo rapporto del Fondo Monetario Internazionale

fmi-christine-lagardeNel cuore di una torrida estate ha fatto scalpore l’ultimo rapporto periodico del Fondo Monetario Internazionale sull’Eurozona in cui, alla voce “Italia”[1], si punta il dito sull’elevato livello di disoccupazione che da tempo ha ormai superato il 12% (e che potrà essere riportato ai livelli pre-crisi solo tra vent’anni), con un 60% dei disoccupati privi di lavoro per almeno un anno ed il correlativo elevato rischio di dispersione del “capitale umano”, di incremento nella disuguaglianza dei redditi e, in definitiva, con un sensibile aumento del pericolo di cadere in nuove sacche di povertà[2]. A tale fosco quadro fa da cornice una produttività stagnante da circa quindici anni, frutto anche di un mercato del lavoro frammentato e poco flessibile, in cui i costi del lavoro incidono negativamente[3]. Sebbene in prospettiva l’intervento operato dal Jobs Act appaia idoneo ad incidere sulla storica rigidità del mercato del lavoro italiano, ancora altri passi devono essere fatti dall’Italia sulla strada della riduzione del costi del lavoro e dell’aumento della flessibilità, attraverso l’introduzione ed il potenziamento della contrattazione decentrata e l’incremento della qualità del “capitale umano” per mezzo della riforma del sistema di istruzione[4].

Questa, in poche righe, è la sintesi dell’ampio giudizio dello staff di “esperti” del Fondo Monetario Internazionale, datato 7 luglio 2015; si tratta di un corposo rapporto di decine di pagine, corredato da grafici e da minuziose e dettagliate analisi quantitative, che ingenerano nel lettore il senso di una piena e scientifica oggettività, scevra di giudizi di parte e impregnata dei lumi della ragione.

“Ma non eravamo stati noi a dare la rotta?”: i precedenti rapporti dell’FMI, dell’Ocse e la letterina della BCE

Se si vanno a leggere i rapporti di qualche anno prima, tuttavia, qualche dubbio sulla “scientificità” e sull’infallibilità dei “tecnici” comincia a far breccia, soprattutto alla luce di ciò che è stato fatto in Italia, in materia di legislazione del lavoro, proprio negli ultimi anni.

Prendiamo la “dichiarazione finale” della missione del Fondo Monetario Internazionale effettuata in Italia tre anni orsono[5] per la valutazione annuale dello stato dell’economia nazionale, recante l’enfatico titolo “Un’agenda per far ripartire la crescita in Italia”.

Nel capitolo “Riforme strutturali per stimolare la crescita” si legge testualmente che “Le stime del FMI indicano che riforme dei mercati dei prodotti e del lavoro che avvicinino l’Italia alle migliori pratiche in ambito Ocse potrebbero accrescere il PIL di circa il 6% nel medio periodo. Il governo ha intrapreso importanti riforme per deregolamentare il settore dei servizi e rendere il mercato del lavoro più inclusivo e flessibileAccelerare queste riforme e attuare sin d’ora le necessarie modifiche normative e amministrative rafforzerebbe la fiducia e darebbe lo slancio necessario per ulteriori riforme”[6]Un giudizio positivo viene dato al disegno di legge sul mercato del lavoro (la futura e “famigerata” legge Fornero), funzionale a “ridurre l’incertezza e incoraggiare nuove assunzioni… consentendo alle imprese licenziamenti per motivi economici e riducendo i costi dei licenziamenti”[7]

Segue la raccomandazione a “sforzi ulteriori”, rappresentati dall’aumento della flessibilità nei contratti a tempo indeterminato per i nuovi assunti, con l’esplicita richiesta dell’introduzione del cosiddetto “contratto a tutele crescenti” che “faciliterebbe anche l’assunzione dei giovani” e dei “contratti a livello aziendale”, che soli consentirebbero “un miglior adeguamento dei salari alla produttività”[8].Raccomandazioni replicate dal FMI in forma quasi identica anche nella dichiarazione finale della successiva missione del giugno 2014[9].

Sulla stessa “lunghezza d’onda”, peraltro, si sono sempre tenuti anche gli esperti della BCE; basterebbe riprendere il testo dell’ormai nota “lettera riservata” inviata il 5 agosto 2011 al Governo Italiano e firmata dall’allora presidente Jean Claude Trichet e da Mario Draghi, in cui nel registrare l’esigenza di “misure significative per accrescere il potenziale di crescita” si menziona, come sempre, la necessità di intervenire sul mercato del lavoro, attraverso la riforma del “sistema di contrattazione salariale collettiva”, consentendo “accordi a livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione”, oltre ad un’ “accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti[10].

Non diversamente l’Ocse, sin dal 1994 con il Jobs Study[11] ha indicato tra gli elementi centrali per l’incremento occupazionale la riduzione del livello di protezione legislativa del lavoro (misurato attraverso l’indice di Employment protection legislation, cosiddetto EPL[12]), ovverosia una maggiore facilità di licenziamento dei lavoratori a tempo indeterminato e l’agevolazione del ricorso ai rapporti di lavoro a termine[13], nell’ambito di una più generale politica volta alla flexicurity[14].

Aumento della flessibilità (nella duplice direzione della liberalizzazione dei licenziamenti e dell’assunzione di lavoratori a durata prefissata) e riduzione del costo del lavoro: questo il distillato delle “martellanti” raccomandazioni formulate negli ultimi decenni dai “tecnici” sia a livello europeo sia a livello internazionale, che hanno tuttavia spesso dimenticato la tanto declamata esigenza di “sicurezza”[15].

Eppure abbiamo fatto i compiti che ci avevate dettato”: la colpevole risposta italiana

Eppure, come abbiamo testè accennato, non si può dire che l’Italia, negli ultimi anni, non abbia “fatto i compiti” dettati con tanta sicumera dall’OCSE, dal FMI e dalla BCE. Pur partendo di fatto da un livello di flessibilità del mercato del lavoro molto più marcato rispetto all’immagine stereotipata diffusa a livello internazionale (soprattutto con riferimento al livello di protezione dei contratti a tempo indeterminato)[16], il nostro paese a partire dal cosiddetto “pacchetto Treu” (siamo nel 1997) ha proceduto ad un’incessante accelerazione normativa (si pensi alla riforma dei contratti a termine del 2001 e alla moltiplicazione delle forme atipiche di lavoro con la cd “legge Biagi” del 2003) in direzione della “flessibilità” indicata nel già citato Jobs Study, tanto da guadagnarsi circa dieci anni orsono il plauso dell’Ocse che poneva l’Italia al secondo posto in Europa (dopo l’Irlanda), tra i paesi che più si erano avvicinati alle sue raccomandazioni[17].

In un autorevole studio del 2005[18], dunque, si poteva annoverare l’Italia tra i Paesi con un livello di flessibilità lavorativa nei contratti a tempo indeterminato superiore a molti Paesi dell’Ue (tra cui ad esempio la Francia, la Germania, l’Olanda, la Spagna, la Norvegia e la Svezia) e anche dell’area extra Ue (come il Messico, il Giappone, la Corea), registrando al contempo un pronunciato incremento – il maggiore di tutti i paesi in ambito Ocse – della possibilità di ricorrere ai contratti a tempo determinato (parte preponderante dei cosiddetti “contratti atipici”).

In questo quadro, dunque, si inscrive la tendenza della legislazione italiana ad incrementare ulteriormente – fino a raggiungere un livello parossistico – la flessibilità del lavoro (sia sul piano numerico-funzionale sia sul piano salariale), tendenza posta in essere nell’ultimo quinquennio sotto l’influsso delle sempre più pressanti “raccomandazioni” internazionali[19].

Varrà la pena soltanto citare il cosiddetto “collegato lavoro” del 2010, la “tentata” rivoluzione della contrattazione collettiva di prossimità introdotta con il decreto legge n. 138 del 13 agosto del 2011, la riforma Fornero dei licenziamenti del 2012, l’abrogazione di fatto della “responsabilità solidale” in materia di appalti nel biennio 2012-2013, la prima fase del Jobs Act con la deregulation dei contratti a termine attuata dal “decreto Poletti” nel 2014 fino alla fase finale del Jobs Act, concretizzatasi attraverso l’abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e la decisiva modifica dell’articolo 2103 del codice civile, che ha da ultimo legittimato il demansionamento unilaterale dei dipendenti giustificato da “motivi organizzativi aziendali”. Riforme queste che, come testè accennato, hanno quasi portato a compimento il processo di “liberalizzazione” del mercato del lavoro, operando sia sul piano della “flessibilità numerica” (ovvero sulla variazione del numero dei lavoratori occupati attraverso l’agevolazione dei rapporti di lavoro a termine, la facilitazione dei licenziamenti individuali e collettivi e l’agevolazione delle forme di esternalizzazione) sia sotto il profilo della “flessibilità funzionale” (ovverosia sulla variazione dei contenuti della prestazione lavorativa attraverso la legittimazione – entro determinati ampi limiti – del demansionamento) sia sul piano della “flessibilità retributiva” (possibilità di ricorrere a politiche di “moderazione salariale” facilitate dalla diffusione di modelli di lavoro “atipici” o dalla riduzione delle garanzie di recupero dei crediti retributivi nell’ambito dei lavori esternalizzati).

E già si preannuncia all’orizzonte, nel quotidiano dibattito estivo, la riforma finale della contrattazione collettiva, con l’introduzione di un “sistema in cui il contratto aziendale può sostituire completamente quello nazionale, come in Germania”[20]. L’obbiettivo costante di un assetto “meno rigido” del mercato del lavoro, dunque, porterà a breve un sistema di contrattazione decentrata in cui si tratteranno direttamente in azienda non solo i livelli retributivi (con una prevedibile tendenza verso il basso dei salari) ma anche, probabilmente, gli orari di lavoro ed i livelli di inquadramento: vale a dire, il diritto del lavoro ritagliato su misura datoriale.

“E’ sempre e comunque colpa vostra”: la risposta del Consiglio Europeo

L’esito di queste politiche, lo abbiamo visto all’inizio del nostro cammino, è stato fino ad oggi a dir poco disastroso, a detta degli stessi “tecnici”. Del resto, se non bastasse il recente rapporto del FMI, anche la raccomandazione del Consiglio Europeo formulata il 13 maggio 2015[21] enuncia delle considerazioni che hanno il sapore di una condanna senza appello: “la disoccupazione giovanile…ha quasi raggiunto il 43% nel terzo trimestre del 2014, e la percentuale di giovani tra i 15 e i 24 anni che non lavorano né sono impegnati in corsi di studio o di formazione è la più elevata dell’Ue… L’Italia ha registrato uno degli aumenti più elevati dei tassi di povertà e di esclusione sociale nell’Ue, con ripercussioni soprattutto sui minori”[22].

Ciononostante, anche in questa sede l’opinione degli “esperti” pare non tradire i sintomi del benché minimo ravvedimento, assorta com’è nel cercare sempre e comunque nel paziente la causa del permanere del male e non nella possibile inadeguatezza della cura prescritta: “in particolare, è essenziale affrontare le cause all’origine del persistere di bassi livelli di produttività del lavoro e della debolezza della competitività… è oltremodo importante intervenire per ridurre il rischio di effetti negativi sull’economia italiana e, date le sue dimensioni, sull’Unione economica e monetaria in generale ”[23]

Tradotto in termini più prosaici, secondo i tecnici europei non si sarebbe ancora fatto abbastanza nel percorso italiano di riforme…..

Anatomia di un disastro: viaggio al centro della tecnocrazia

Fermiamoci un attimo, e focalizziamo la nostra attenzione sulla natura del processo di riforma normativa del mercato del lavoro realizzato in Italia negli ultimi anni (processo peraltro analogo a quello attuato in molti altri paesi europei, Grecia in primis).

Si tratta, come abbiamo sinteticamente esaminato poc’anzi, di un cammino coerente e lineare, attuato da maggioranze parlamentari e da governi delle più disparate provenienze politiche, tanto di destra quanto di sinistra: segno della coscienza, anche da parte del legislatore del momento, di trovarsi di fronte a misure ineluttabili ed imprescindibili nel loro algido ed oggettivo tecnicismo. Misure, è il caso di precisarlo, frequentemente sottratte anche al dialogo ed al dibattito politico, essendo di fatto imposte sulla base di un indiscusso ed indiscutibile “stato di necessità”, in cui è sempre stata la tecnica a scegliere e definire non solo i mezzi, ma anche gli scopi e i fini dell’intervento socio-economico di volta in volta richiesto.

In secondo luogo, e lo abbiamo già rilevato nelle precedenti pagine, quasi tutti i recenti interventi di riforma del mercato del lavoro traggono ispirazione ed impulso dalle sempre più pressanti sollecitazioni rivolte ora a livello europeo ora a livello internazionale, sia in modo informale sotto forma di moral suasion (si pensi alla ormai nota lettera della BCE dell’agosto 2011), sia in modo ufficiale, attraverso atti normativi (direttive[24] e raccomandazioni europee) o rapporti conclusivi di missioni (FMI ed OCSE).

Non di rado, tuttavia, gli interventi e le pressioni degli organismi europei ed internazionali (in particolar modo della BCE, dell’FMI, della Commissione Europea[25] e dell’OCSE) fuoriescono dai canonici meccanismi giuridico-istituzionali, fondandosi invece sul condizionamento di fatto dettato dalla pubblica stigmatizzazione delle politiche economiche nazionali dei paesi che non si conformano ai programmi dideregulation e di liberalizzazione, da cui deriva quasi automaticamente – per gli stessi paesi oggetto di pubblica censura – la riduzione del rating (e dunque la perdita di credibilità) dinanzi agli investitori internazionali, con la correlativa difficoltà di rifinanziare il debito sovrano e – in un diabolico “effetto domino” finanziario – il conseguente aumento dei saggi di interesse corrisposti agli investitori, con tutte le immaginabili conseguenze a livello di bilancio pubblico[26].

Interventi che, come abbiamo più volte osservato, “stilisticamente” si caratterizzano per la loro fredda oggettività, frutto sia della forma frequentemente impersonale con cui vengono redatti (il soggetto è invisibile, non risultando quasi mai individuato, soprattutto nelle relazioni del FMI e dell’Ocse, in cui ripetutamente “si consiglia” e “si raccomanda”), sia del tono scientifico e “razionalizzante”[27], spesso rafforzato da un pletorico corredo di tabelle, grafici, curve e percentuali. Le soluzioni prospettate (peraltro sempre le medesime, ovverosia la flessibilità del mercato del lavoro e la riduzione del costo della manodopera) sono di natura tecnica, meramente esecutiva di leggi oggettivamente tratte (o meglio, a-stratte) dalla scienza economico-sociale; in poche significative parole, si tratta della “gestione tecno-scientifica dei problemi sociali… destinata a sostituire la loro gestione economico-politica e a presentarsi come l’autentico governo tecnico”[28]: una grande esperimento di ingegneria sociale.

Eccoci dunque giunti, attraverso i sentieri del lavoro, al cuore della tecnocrazia[29]; ovvero al centro di un nuovo sistema di potere in cui un manipolo di consulenti internazionali senza volto, scelti (o meglio cooptati) sulla base di un’asserita competenza “tecnica” ed al di fuori di qualsivoglia procedura elettivamente democratica, impone devastanti riforme sociali che traggono la fonte della loro giustificazione (e della loro irrevocabilità) nell’ intrinseca natura tecno-scientifica delle soluzioni proposte. Definita ora come “tirannia degli esperti”[30] ora come “interventismo regolatorio post-democratico”[31]la tecnocrazia da cui oggi siamo totalmente avvinti pare più come“un’oligarchia di coordinamento sovranazionale investita di poteri ben maggiori di quelli della politica e mossa da una logica che non corrisponde alle procedure democratiche…..un’oligarchia connotata da una radice tecnocratica, che costituisce il motivo più appariscente della debolezza che ne circonda l’immagine pubblica”[32]
E’ il trionfo delle èlite, e con esso dell’elitarismo della conoscenza e del sapere. Ed è proprio da un rinnovato concetto di conoscenza, ovvero dalla necessità di “conoscere la conoscenza”[33] che, paradossalmente, si possono individuare i tarli e le contraddizioni che corrodono da tempo, alla radice, le fondamenta dell’impero tecnocratico.

Facciamo, a tal fine, un passo indietro.

Un primo passo verso la rinascita: “conoscere la conoscenza”

Tutti gli atti e le dichiarazioni dei molteplici organismi “tecnici” che abbiamo testè citato trasudano una nozione di conoscenza che non accoglie il beneficio del dubbio, né dell’incertezza. Le affermazioni sono perentorie, confortate dalla “scientificità” delle percentuali e delle tabelle di cui sono frequentemente corredate. Nessuna discussione pare possibile, trattandosi di monologhi fondati su dati oggettivi. L’errore è una parola sconosciuta nelle lande luminose della tecno-economia, in cui il cammino storico della società umana pare avere fine.

Ma è vera conoscenza quella che rifugge il dubbio, l’incertezza e l’errore come qualcosa di assolutamente estraneo a sé stessa?

Una risposta a questo interrogativo può venire dall’insegnamento di Edgar Morin[34], secondo cui la conoscenza autentica è quella che non occulta la possibilità di errore ed illusione insita in ogni nostro tentativo di traduzione e ricostruzione del reale: “una fonte di errori e illusioni è l’occultare i fatti che ci disturbano, anestetizzarli ed eliminarli dalla nostra mente… la verità totale è un errore totale”[35]L’incertezza – o meglio il dubbio cartesianamente inteso – è nel cuore della scienza poiché “spezza le nostre certezze artificiali e ci mostra i rischi del presente, i limiti del sapere e la parte di mistero dell’universo”[36]; incertezza e dubbio sono legati, e si richiamano a vicenda, anche e soprattutto attraverso lo strumento del dialogo. Di qui, conclusivamente, il necessario ricorso alla riflessione, “così necessaria all’efficacia del pensiero e della decisione”, e che oggi “viene sacrificata in nome dell’efficacia del pensiero e della decisione, efficacia calcolata secondo la logica quantofrenica degli esperti, molto raramente sottoposta a meditazione. Ovunque si accumulano i risultati di sondaggi, inchieste, valutazioni, ricerche, senza che si cerchi di riflettervi, cioè di considerarle sotto diverse prospettive”[37].

Incertezza, errore, dialogo, riflessione, conoscenza: pietre miliari di un sentiero oggi poco battuto e che, se percorso, potrebbe condurci verso altri territori. Proviamo ad incamminarci.

Un altro lavoro è possibile?

Il dogmatismo degli “esperti” ci suggerisce, secondo la vulgata neoliberista, che “there is no alternative” allo sviluppo ed alla crescita di un sistema economico-sociale rispetto ai precetti della flessibilità e della continua riduzione del costo del lavoro. Anche dinanzi alle più che eloquenti risultanze degli ultimi rapporti internazionali, che registrano l’incremento della disoccupazione ed il crollo della produttività italiana, nonostante il “corto circuito” tra realtà fattuale e dogmatismo virtuale, la risposta dei tecnocrati è sempre volta all’accelerazione del percorso di “riforme” prospettato.

E se invece le soluzioni proposte dagli “esperti” fossero radicalmente sbagliate? Se non tenessero conto del fatto che, soprattutto in sistemi complessi, “ogni azione, una volta intrapresa, tende a sfuggire alle intenzioni e alla volontà del suo attore per entrare in un gioco di interazione e di retroazione con l’ambiente (sociale o naturale) che può modificarne il corso, talvolta anche fino ad invertirlo”[38]

Alcune evidenze sembrerebbero confortare la necessità quantomeno di una riflessione e, soprattutto, di un dialogo pubblico ben più approfondito rispetto alla sterile “registrazione” di asserite verità calate dall’alto.

Nel dibattito sul mercato del lavoro, infatti, la necessità di una maggiore flessibilità viene data per scontata; tuttavia, che la riduzione del costo unitario del lavoro e dei “costi di terminazione” dei contratti (ovverosia la facilitazione dei licenziamenti individuali e collettivi) vada effettivamente nella direzione di aumentare l’efficienza, l’occupazione e la partecipazione è tutt’altro che assodato.

Al contrario, come evidenziato in autorevoli e recenti studi[39], il principale effetto diretto di una riduzione dei costi di terminazione è invece un aumento del turnover dei lavoratori. A sua volta un aumento del turnover dei lavoratori, se da un lato permette alle imprese di incrementare i profitti grazie alla possibilità di adeguare più rapidamente il livello della produzione alle condizioni prevalenti sul mercato dei beni, dall’altro tuttavia comporta anche minori investimenti in capitale umano: circostanza che, conseguentemente, conduce ad una minore produttività e ad una minore competitività del sistema.

Il maggior turnover prodotto dalla combinazione tra liberalizzazione dei rapporti di lavoro atipici e la riduzione dei costi di terminazione dei rapporti di lavoro, infatti, “ha ridotto la durata media sia dei rapporti di lavoro che dei periodi di disoccupazione, mentre i risultati in termini allocativi sembrano essere stati complessivamente negativi: ai contratti di durata prefissata si associa inequivocabilmente un minore investimento in capitale umano, fatto che non può non aver concorso al rallentamento della crescita della produttività del lavoro”[40].

Né la recente introduzione del tanto declamato “contratto a tutele crescenti” ha modificato la tendenza del sistema alla riduzione della durata media dei rapporti lavorativi: al contrario, stabilendo una relazione direttamente proporzionale tra durata del rapporto ed entità dell’indennizzo dovuto in caso di licenziamento illegittimo (tanto più basso quanto più breve sarà il rapporto), il legislatore ha di fatto esteso l’area della precarietà lavorativa (introducendo una sorta di “incentivo datoriale” a favore della ridotta anzianità di servizio dei lavoratori a tempo indeterminato) all’unico ambito che, fino ad oggi, godeva della residua tutela garantita dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

L’evidenza teorica, del resto, pare accompagnarsi all’evidenza empirica: la competitività di un sistema (in questo caso quello del mercato del lavoro) è qualcosa di molto più complesso che una semplice questione di flessibilità o di costo del lavoro, legandosi spesso invece “alle competenze giuste, alla geografia, alle materie prime, alla cultura e ad altri aspetti che possono offrire un vantaggio comparato in qualcosa”[41]Quasi intuitiva, infatti, è la considerazione già svolta a suo tempo da Adam Smith, secondo cui il beneficio della specializzazione è rappresentato dall’apprendimento attraverso la pratica, che ovviamente svanisce e si volatilizza in rapporti lavorativi labili e a scadenza, con la correlativa dispersione di un patrimonio di professionalità funzionale non solo all’organizzazione aziendale, ma anche all’intero sistema produttivo.

Né va posto in secondo piano il possibile nesso diretto tra salario e produttività espresso dalla “teoria dei salari di efficienza”[42], che ha fornito molteplici spiegazioni del probabile legame positivo tra un aumento del costo del lavoro e l’incremento della produttività, ora individuandolo nell’effetto di coinvolgimento della manodopera (il lavoratore che ne beneficia fa propri gli obbiettivi dell’impresa, aumentando il proprio impegno – e dunque la produttività – allo scopo di raggiungerli), ora nello stimolo al massimo sforzo per mantenere il posto di lavoro (essendo per il lavoratore stesso molto più costosa l’eventualità della perdita di quel lavoro ben retribuito).

Si tratta, ovviamente, solo di brevi spunti per una riflessione che, se fosse meglio approfondita nel dibattito pubblico, ci condurrebbe forse oltre le “colonne d’Ercole” del pensiero attuale, mostrandoci come produttività e competitività potrebbero accompagnarsi anche a livelli salariali più elevati e a rapporti lavorativi più stabili e duraturi.

La contraddizione tecnocratica e l’insostenibile leggerezza dei tecnici

Quello che abbiamo esaminato sin qui ci conduce, conclusivamente, al nucleo della contraddizione tecnocratica[43]. Un’autentica discrasia tra il dichiarato referente neoliberale incentrato sulla “competitività” ed il “libero mercato”, e il rigido dirigismo centralizzatore[44] di cui l’ “eurocrazia”[45] dell’Unione Europea pare essere la più diretta e concreta espressione, in quanto capace di compiere “il miracolo paradossale di essere al contempo dirigista e volta all’assolutizzazione delle regole di mercato”[46]: e questo nonostante i tanto ostentati principi del liberismo politico-economico richiedano la concessione di ampi spazi all’ordine spontaneo, all’iniziativa privata, alla distruzione creatrice di schumpeteriana memoria, alla molteplicità ed alla concorrenza di differenti soluzioni e di plurime conoscenze individuali.

Si richiama ad ogni piè sospinto la “mano invisibile” delle leggi di mercato e, di fatto, la si sostituisce con la visibile mano di anonimi ingegneri sociali in giacca e cravatta, che pretendono di ridurre ed imbrigliare la complessità sociale sotto il proprio monocorde controllo tecno-economico.

E’ l’insostenibile leggerezza dei tecnici, così profondamente corrosiva per le istituzioni democratiche: la presa di coscienza dei loro umani limiti è un primo passo verso l’abbattimento di questo nuovo, invisibile muro eretto da un potere senza volto.

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