Le donne calabresi che hanno salvato le Langhe

langheDopo il successo di “Blocco 52”, esce il secondo libro dei Lou Palanca: “Ti ho vista che ridevi” (Rubettino editore) di cui anticipiamo qui la prefazione di Carlo Petrini. Una storia sulle lotte di un territorio, inteso come bene comune, e su come esse riescano a cambiare i destini di chi ci vive, sulla “ricerca della salvezza che è salvezza della terra e non è mai un processo individuale ma collettivo”. Dalla Calabria al fenomeno dell’immigrazione, osservato attraverso le lenti di quel che resta del “modello Riace”, fino alla resistenza della Val di Susa.

di Luciana Cimino

Dai padri, forse, si prendono le ragioni ma la propensione alla lotta e la tigna per affrontare le sue conseguenze si tramandano per via materna.

Il romanzo di Lou Palanca parte dal dramma privato di una donna calabrese per raccontare l’universalità delle guerre dei poveri che non hanno confini e che, nonostante gli inciampi della storia, non hanno mai fine. Il nome dell’autore nasconde un collettivo “a geometria variabile” di scrittori calabresi. Con l’editore Rubbettino, Lou Palanca ha già pubblicato il libro “Blocco 52”, sull’omicidio ancora misterioso del sindacalista comunista Luigi Silipo, nel 1963 a Catanzaro. Con il grande merito di aver dissepolto una storia che la sinistra ha dimenticato presto e che la città ha negato, fino a rimuoverla dalla memoria collettiva. Inserendosi a pieno nell’esperienza di Luther Blissett e soprattutto in quella di Wu Ming, il collettivo calabrese torna in libreria, per lo stesso editore, con “Ti ho vista che ridevi”, prefazione di Carlo Petrini.

Sbaglia chi pensa che la scrittura collettiva penalizzi il tono e la tenuta di un romanzo. Non ci sono sbavature nello stile né buchi nella trama. Che pure è complessa. La storia si dipana tra la Calabria e le Langhe, dalle lotte contro i latifondi del Sud Italia a quelle recenti della Val di Susa. Tra contadini comunisti e i profughi siriani. Tutto si tiene.

«Alla fine la lotta è sempre lotta per la terra», dice Nicola Fiorita, Lou Palanca 3. Dora è una “calabrotta”. Così venivano chiamate 50 anni fa le giovani calabresi che venivano mandate in sposa ai contadini delle malinconiche Langhe raccontate da Pavese, quelle della città di Alba che non era ancora nota per il turismo gastronomico ma per le battaglie dei partigiani raccontante da Fenoglio. Il tramite sono i bacialé, ruffiani che tali non sono anche se prendono percentuali per ogni matrimonio celebrato: si autodefinivano “salvatori delle Langhe e benefattori delle femmine calabresi”.

Una storia misconosciuta.

Quanti sanno che dietro la ricchezza della Langhe di oggi, quelle della Ferrero e dei tartufi, ci sono ragazzine calabresi senza le quali le terre sarebbero rimaste desolate e infeconde a causa delle famiglie decimate dalle guerre, dalla fame, dall’emigrazione interna che portava gli uomini nelle fabbriche di Torino?
Dalla parte opposta dello stivale si moriva per gli stessi motivi.

«Non conoscevamo questa storia, abbiamo sentito Carlo Petrini parlarne – spiega Fiorita – Abbiamo quindi letto L’anello forte di Nuto Revelli, da lì siamo partiti per raccontare i vinti dal progresso» ». Solo 7 mesi per scriverla. Più del doppio per limarla. «Ci siamo dati due regole: tutti mettono mano su ogni file e non si vota mai finché non siamo tutti convinti. In questo caso la fase di rifinitura è stata importantissima. La difficoltà è stata nell’inventare la lingua dei bacialè».

Il filo conduttore è nella magnificenza dell’incontro con gli “altri”, incontri capaci di salvare sia i territori che le persone. “L’incontro con i migranti – spiega ancora Lou Palanca – salverà gli italiani come le calabrotte fecero con il Nord Italia”. Non a caso la storia parte da Riace. Un paesino spopolato dall’emigrazione continua e i cui pochi abitanti rimasti “avevano il tempo vuoto”, come quello di chi è prigioniero a tempo indeterminato dei Cie (Centri di Identificazione ed Esplusione). Oggi Riace è rinata grazie a un modello efficace di accoglienza dei migranti e, restituendo una vita dignitosa ai profughi, tenta di resistere alla propensione calabrese ad arricchirsi devastando storia e territorio.

Ti ho vista che ridevi non è, tuttavia, è una storia per calabresi o sulla Calabria. Piuttosto, su come le lotte per l’idea di territorio cambino i destini di chi ci vive, sulla «ricerca della salvezza che è salvezza della terra e non è mai un processo individuale ma collettivo», sebbene raramente si sia letto un quadro tanto veritiero della regione, la cui narrazione è «stereotipata e tremenda: tutta negativa o tutta positiva. O è ‘ndrangheta o, all’opposto, è permeata di vittimismo». Loro raccontano invece di “due forme di barbarie” che l’hanno imprigionata: “L’arretratezza piena di miseria e la modernizzazione ricca di miserie”.

Nella vicenda della comunista “inconsapevole” Dora e della nipote No Tav che porta il suo nome c’è la complessità della storia italiana degli ultimi 30 anni. A Dora e alle sue contemporanee viene scippato il destino non solo per la miseria ma anche per coprire il disonore di una gravidanza o per rimediare nel caso in cui qualcuna, nei campi, avesse avuto l’imprudenza di sputare la caporale. “Ribelli da domare” venivano chiamate dai padri, che erano poi i primi padroni. Laddove “ribelle” era sinonimo di comunista. Vengono spedite come pacchi a uomini che non hanno mai visto, in famiglie estranee, parlano solo il loro dialetto e non capiscono quello degli altri. Il linguaggio dei poveracci, a Nord come al Sud è quello della fatica. E poi a loro non serve parlare: sono donne che non decidono come vivere, dove morire, chi amare, “non decidevamo niente – dice una di loro nel libro – neanche il nome da dare ai nostri figli”. La vita che faranno sarà uguale a quella che hanno lasciato. Diversa sarà invece quella dei figli.

In un romanzo tutto sommato breve c’è la generazione emigrata negli anni ’60 che ha saputo conquistarsi con le unghie e con i denti un futuro personale ma ha dovuto rinunciare a ogni tentazione collettiva e ci sono i paesi calabresi rimasti uguali a se stessi nonostante la “modernizzazione a colpi di cemento”. Ci sono le Langhe “truffa”, quelle patinate di oggi, e la Calabria semi feudale degli anni ‘60, che ha vissuto una breve primavera con le lotte dei braccianti (quelle del Pci di Valarioti) e che poi si è ripiegata su se stessa fino a soffocare agonizzante.

C’è Luigi, uno dei protagonisti (la cui funzione all’interno della trama non sveliamo per lasciare al lettore il gusto della vicenda) che è un giornalista come tanti, che ha abdicato al suo ruolo di servizio pubblico. Luigi conosce “le ragioni palesi e le motivazioni occulte dietro ogni cosa che accade in Calabria ma utilizzo tutti i dati che possiedo solo per evitare gli errori e prevenire le polemiche”. E poi i migranti: quelli che si salvano e quelli che, quando non annegano, finiscono sepolti nelle campagne, morti di fatica, di botte, di pallottole vaganti. Si muovono nella Storia maiuscola e in quella minuscola del racconto di Lou Palanca così come si muovono i partigiani. Provengono da ogni parte del Paese ma si riconoscono immediatamente sulle montagne perché capiscono che “la povertà non è una questione geografica né un destino ma solo il risultato dello sfruttamento che l’uomo esercita sugli altri uomini”.

Il sacrifico di Dora è il pretesto narrativo per raccontare le trasformazioni brutali, quelle abortite, le poche riuscite del Paese e l’eterna propensione alla ribellione che tutto collega.

* * *

Prefazione a  “Ti ho vista che ridevi” di Lou Palanca (Rubettino editore)

di Carlo Petrini

ti ho vista che rideviCi salvano gli altri, sempre. È la lezione di questo bel romanzo. Gli altri, quelli a cui non pensiamo, quelli che non andiamo a cercare, quelli di cui sappiamo poco o niente. Quando stiamo per perderci, per esaurire le forze, loro arrivano e ci riportano al mondo.

È successo migliaia di volte, nella nostra storia collettiva e probabilmente anche in quella individuale. Quante comunità, quanti territori si sono salvati perché è arrivato qualcuno “da fuori”. Quante etnie si sono, al contrario, perdute perché si sono isolate, i loro linguaggi non si sono evoluti, le loro sapienze non hanno fatto da base ad alcuno sviluppo.
Ripensare le mie Langhe accompagnato da questo racconto mi ha fatto riflettere su quanti occhi scuri, quante pelli olivastre, quanti sorrisi mediterranei hanno accompagnato la storia di queste terre durante i decenni della mia infanzia e della mia giovinezza.

Succede ancora, dovunque.

Penso a un giovane allevatore delle montagne aquilane, di cui mi hanno raccontato in questi giorni, i cui colleghi coetanei non riescono a trovare moglie perché le ragazze del posto, ancora nel 2014, “se ne vogliono andare”. Lui, invece, una moglie l’ha trovata: lo aiuta nell’azienda, e insieme si costruiscono una vita felice. Lei è romena, e in paese la guardano strano, pensano che sia una opportunista, una che ha trovato il modo per sistemarsi. Vorrei andarli a trovare per dirgli che non c’è salvezza se non negli altri, che non si sentano diversi, ma solo più fortunati ad aver capito prima degli altri una cosa tanto semplice.

Se la legge sulla possibilità di dare il cognome delle madri ai figli ci fosse stata già negli anni Sessanta, le nostre Langhe sarebbero poggi costellati da aziende agricole Tripodi, Misiti, Spadafora, Laganà; forse quei cognomi sarebbero ora su etichette di Barolo o Barbera … Invece oggi, a circa cinquant’anni da quelle unioni, quei cognomi li troviamo solo sui manifesti funebri (che in ogni paese, anche nel mio, si leggono con cura ad ogni ritorno a casa da un viaggio): così apprendiamo, per esempio, che l’ultraottantenne Rosalia Surace vedova Gallo ci ha lasciati e i figli e i nipoti ne danno l’annuncio. E non riusciamo a non chiederci che storia abbia mai avuto Rosalia Surace, come e quando ci è arrivata in quel paesino del cuneese, come, quando e con quali parole e quali sorrisi, ne ha assunto uno dei cognomi più diffusi.

È stata un’emigrazione invisibile e silente, di cui si preferiva non parlare. Da un popolo avaro di parole a un altro, piccole storie individuali migravano senza il frastuono dei media, senza l’attenzione della sociologia. Eppure è stata un’emigrazione salvifica, che ha impedito alle nostre campagne di spopolarsi e, certo in modo inconsapevole, ha vissuto di scelte di avanguardia sia da un lato che dall’altro: sposare una “forestiera” era un gesto anomalo, fatto da chi non trovava alternative “regolari”; e partire verso nord, per sposare uno sconosciuto, era il risultato di una storia anomala, che ancora una volta non aveva incontrato i canoni della “normalità”.

Due storie che si salvavano a vicenda, e salvavano, insieme a se stesse, terre, comunità, storie altrui.
Tutto questo non smette di accadere, e il finale di questo romanzo, geniale e leggero ad un tempo, ce lo ricorda.
Siamo tutti stranieri, siamo tutti in cerca di salvezza, siamo tutti sulla terra di qualcun altro. Siamo tutti in attesa dell’invasione che ci salverà e ci porterà la soluzione che da soli non sappiamo inventare. Non importa se arrivano stremati sulle coste di Lampedusa, o sbarcano sicuri negli aeroporti internazionali; se passano il confine orientale nelle notti senza luna o arrivano a Torino stringendo in mano una lettera d’invito per un evento che si chiama Terra Madre; se l’occasione è un Erasmus o una fuga disperata. Non è necessario che impariamo quali e quanti sono gli infiniti modi che la Storia inventa per farci incontrare i nostri salvatori: dobbiamo solo imparare a riconoscerli, quando li vediamo arrivare, e ad aprire le braccia per accoglierli.

(13 luglio 2015).

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