Ma l’Isis non ha invaso la Libia

 Più che guerra serve diplomazia

di Arturo Varvelli (Osservatorio terrorismo dell’Ispi, Istituto studi politica internazionale)

   Le dichiarazioni su un possibile intervento militare in Libia hanno avuto il merito di riportare l’attenzione sulla situazione nel Paese. Una Libia che, esattamente quattro anni dopo lo scoppio della rivolta anti-Gheddafi, vive il peggior periodo della sua storia. Tuttavia la gestione del caso da parte del nostro governo sembra un caso di comunicazione sfuggita di mano. L’Italia, per voce del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, aveva detto di essere pronta a intervenire militarmente in un quadro di legalità internazionale senza chiarirne però i contorni politici libici e internazionali. Questa posizione è stata poi ridimensionata dal premier Matteo Renzi.   È FACILE PENSARE che si sia trattato di una sorta di tentativo di far assumere al nostro Paese un ruolo di primo piano nella gestione della crisi dopo la scarsa considerazione nelle negoziazioni sul futuro dell’Ucraina, con i nostri partner che alimentano le nostre paure di esclusione da un direttorio europeo. La nostra diplomazia nell’ultimo anno ha operato con grande coraggio in Libia, unica a fare da ponte tra i due governi di Tripoli e di Tobruk e a lasciar viva la speranza di un negoziato reale tra le parti. Ma i tempi mediatici richiesti dalle esigenze della politica per fornire rapide risposte non coincidono con i quelli lunghi della diplomazia. Ci vuole pazienza, c’è chi ne ha poca.   NONOSTANTE l’effetto mediatico causato dall’uccisione degli egiziani copti e dalla nuova campagna mediatica, la presenza dello Stato islamico (Is) in Libia rimane a oggi numericamente poco rilevante. Il problema è che nel caos libico gli argini a queste forze sono pochi. Non bisogna però confondere le forze islamiche – di vario tipo – con Is. Nel settembre scorso, a Derna un primo nucleo di combattenti di ritorno da Siria e Iraq e costituivano la Brigata al-Battar, circa 300 uomini, che si è fusa con un gruppo di giovani jihadisti locali (Islamic Youth Shura Council) creando una enclave del Califfato in Libia.   Al Baghdadi ha inviato emissari che potessero fornire visione strategica all’azione del gruppo. Da qui una prima espansione nella zona di Sirte. Piccoli nuclei nel Paese si sono attivati dichiarandosi al Califfato, tuttavia il numero complessivo potrebbe essere di poco superiore al migliaio: paradossalmente potremmo dire che ci sono più uomini dell’Is in Europa che in Libia.   Altri gruppi islamico-radicali come Ansar al Sharia, numericamente più cospicui e in aperta lotta con le forze del generale Khalifa Haftar a Bengasi, si mantengono autonomi dal Califfato. In una situazione anarchica come l’attuale questi gruppi sono destinati a proliferare, ma una presenza straniera sul suolo libico favorirebbe una convergenza dei gruppi radicali sotto il cappello dell’Is. A volte non fare nulla è meglio che cercare di fare qualcosa a ogni costo, come dovrebbero insegnare gli interventi in Iraq e in Libia. La cosa migliore sarebbe stata un aumento della pressione internazionale sugli attori locali per costringerli a scendere al tavolo negoziale. Se l’intento italiano era questo, ma c’è da dubitarne, poteva essere lodevole.   Le dichiarazioni dell’Italia sono già state percepite dall’Egitto come un via libera per operare e colpire in Libia, con il risultato di ricompattare (contro l’intromissione straniera) il governo di Tripoli, una parte del quale avevamo convinto di sedere al tavolo delle trattative. Il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi appoggia il generale Haftar in Libia: i due appaiono rafforzati dalla nuova propensione interventista dell’Italia. Al Sisi ha così chiesto alla Francia di aprire una discussione in sede Onu. Vedremo, ma c’è da chiarire un punto: i nemici di al Sisi e Haftar non sono gli stessi nostri. Gli egiziani colpiscono indiscriminatamente i miliziani definiti “islamici” includendo una tipologia variegata di forze, comprese quelle che tengono Tripoli, o le forze tutt’altro che radicali di Misurata. Al Sisi – come dichiarato in una recente intervista a Der Spiegel– identifica la Fratellanza musulmana come obiettivo prioritario rispetto a Is, dichiarandola come “la fonte di tutti i mali”.   L’ALGERIA NON VEDE di buon occhio l’interventismo militare egiziano che sta sollecitando vecchie rivalità tra i due Paesi, nonostante l’interesse comune al contenimento dei gruppi radicali. Andrebbero quindi ponderate bene tutte le contro-indicazioni della rinuncia al ruolo di mediazione. Oltretutto pensare a un intervento – persino con il consenso della Nazioni Unite – senza prima un cessate il fuoco tra almeno le due maggiori parti in causa esporrebbe la missione militare a ritorsioni. E porterebbe a un disastroso fallimento. Rimane l’opzione di bombardamenti mirati sull’Is, ma in questo caso non dovrebbero essere lasciati in mano al solo Egitto. Lo scorso anno uno studio di Rand (think tank statunitense) calcolava in 61 mila gli uomini necessari a una azione dipeace-keeping , ma allora c’era un unico governo e non c’era il Califfato. E per metterla in campo serve comunque un accordo preliminare tra le parti, sul modello libanese. La stabilizzazione della Libia può passare solamente da accordi tra le fazioni locali. Il Paese rimarrà instabile per parecchio tempo. Nonostante la narrativa di Bernard Henry Levy di quattro anni fa, la democrazia in Libia non fiorisce dagli interventi armati anglo-francesi. Evitiamo di compierne uno nuovo senza alcuna visione politica e di allungare i tempi di questa crisi.   

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