Lo sfacelo secondo Matteo

sacco di romaIl penultimo Sacco di Roma risale al 1527. Allora governava Clemente VII, un fiorentino presuntuoso (guarda caso) che pretendeva di guidare le sorti d’Europa. Anche allora i potenti della Penisola erano dei personaggi infidi e meschini, sempre pronti a saltare sul carro del vincitore al grido di “Franza o Spagna purché se magna” (oggi si direbbe “ce lo chiede l’Europa”). L’imperatore Carlo V decise perciò di spedire in Italia un esercito di Lanzichenecchi (tedeschi, ri-guarda caso),  giusto per ristabilire le gerarchie e far abbassare la cresta al papa Medici.
Son passati 500 anni, durante i quali abbiamo portato a compimento la lunga marcia verso il primato europeo della corruzione, ma tante cose sono cambiate. Comanda sempre l’Imperatore, sia chiaro: è il suo potere che legittima i governanti locali che ormai non vengono neppure eletti. I Lanzichenecchi invece abbiamo imparato ad allevarceli in casa, concedendo alla tradizione solo qualche nome (Alemanno) e realizzando una clamorosa inversione di ruoli: i politici declassati al rango di mercenari e la canaglia affarista al governo della capitale e di tutta la nazione.
Sullo sfondo dello sfacelo (ma sempre sulle prime pagine dei giornali) due personaggi accomunati dal nome e da un’innata vocazione a un fancazzismo di opere e di idee, funzionale alla carriera quanto deleterio per il bene pubblico: Renzi e Salvini, gli eroi della politica liquida che scorre il più lontano possibile dai veri problemi della gente, gli alfieri di una leva nullafacente tutta chiacchiere, proclami e distintivo. Si sono allenati a lungo, fin da bambini, per acquisire la levatura di statisti: il primo nell’azienda del babbo, il secondo, absolute beginner, fancazzista in proprio. Determinati, cinici e ignoranti, i due Mattei, il Medici e il Colonna, le maschere rinnovate dell’Italia gaglioffa, sempre pronte a scambiarsi i ruoli. Il rivoluzionario che governa al Nord con ciellini e mafiosi. Il riformatore del lavoro che non ha mai lavorato, che disegna l’Italia futura con Verdini, uno che veglia sulla legalità repubblicana come un lanzichenecco sulle virtù di una fanciulla. Rivali ma complementari, il toscano e il lumbard: il primo ci rende sempre più poveri, il secondo ci spiega che è colpa degli immigrati. Entrambi alla guida di partiti infestati da manigoldi di ogni risma; perciò, tra qualche settimana, quando avremo dimenticato l’ultima devastazione di Roma, i saccheggiatori potranno riprendere a lavorare indisturbati, e dopo Milano, Venezia, Roma, la Terra dei Fuochi e la Val di Susa c’è solo da aspettare la prossima location. L’imperatore, insediatosi stabilmente nelle terre luterane, può dormire sonni tranquilli. Conosce i suoi polli.

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