Nanni Delbecchi – Vent’anni senza il compagno di sbronze

bukowski al cimiteroProvate a immaginare Charles Bukowski sui banchi del talent letterario Masterpiece; di sicuro sarebbe ubriaco fradicio prima ancora di cominciare, per sua fortuna, impegnato ad allungare le mani su qualche giovane aspirante Virginia Woolf; e forse solo lui al mondo potrebbe riuscire a sollevare uno share più pesante di un blocco di iridio. Purtroppo o per fortuna, questo rischio non lo corre nessuno, né noi né lui, perché Bukowski è morto da vent’anni esatti. Se ne andava stroncato da una leucemia fulminante, il 9 marzo 1994, all’età di 73 anni – età piuttosto venerabile, per uno che non si era mai fatto mancare nulla in materia di trasgressioni – anche se il suo mito è più vivo che mai. È la nemesi di uno scrittore di cui, finché è esistito, non si è smesso di mettere in dubbio l’esistenza (il primo a dubitarne era proprio lui). Eppure, da quando l’autore di Storie di ordinaria follia se n’è andato da questa terra, non ha fatto che crescere l’esercito di lettori, adepti, discepoli più o meno probabili, una confraternita che ha fatto di questo omaccione con il taccuino in una mano e la bottiglia nell’altra, mezzo poeta, mezzo satiro e mezzo clochard, un mito inossidabile, una specie di Jim Morrison della letteratura. “Ospedali, galere e puttane: sono queste le università della vita. Io ho preso parecchie lauree”, ha detto di sé. E in effetti il professor Bukowski ha surclassato il maestro HenryMiller, sta agli Anni 70 più o meno come Hemingway agli Anni 50, ed è una delle ultime icone radical-pop del secondo millennio, mentre il millennio nuovo fatica a produrne di proprie (con tutto il rispetto per Jep  Gambardella). Icona fatta di un alfabeto decisamente riconoscibile nonostante i mille tentativi di imitazione: l’alcol, il sesso, le corse dei cavalli, il maggiolone, il gatto, la musica classica (adorava le sinfonie di Mahler). Senza dimenticare i reading, di cui era diventato un infaticabile protagonista da quando si era accorto quanto era facile rimorchiare le studentesse.

In questi ultimi venti anni il mito Bukowski si è nutrito degli inediti recuperati dalla moglie Linda negli scatoloni dell’appartamento di San Pedro; testi a volte non così memorabili, ma sempre spassosi. E certo, oltre che con gli inediti, un dottore plurilaureato come lui va festeggiato anche dal vivo, con dei brindisi rigorosamente non virtuali, come accadrà nei prossimi giorni un po’ in tutta Italia. Una vera festa di “non compleanno”, con inediti filmati, letture e musica dal vivo avrà luogo la sera di lunedì 10 al Cinema Mexico di Milano, l’ultima monosala cinematografica della città, una sede che di sicuro non sarebbe dispiaciuta al diretto interessato. ”Il mito Bukowski resiste e resisterà sempre”, dice lo scrittore Paolo Roversi, che sarà l’animatore della kermesse. “Resiste perché rappresenta quello che non molla mai e ce l’ha fatta nonostante tutto”. Autore del romanzo-omaggio Diario di una sbronza (anch’esso appena ripubblicato da Morellini), Roversi ricorda come ormai cinquantenne, dopo una serie di lavori improbabili, una dozzina di passaggi nelle patrie galere, incalcolabili ettolitri di vino rosso e dieci anni trascorsi all’ufficio postale di Los Angeles, Charles Bukowski abbia accettato la proposta dell’editore Black Sparrow: 100 dollari al mese di stipendio per tutta la vita, in cambio di quello che sarebbe riuscito a produrre. Lui non ci pensò due volte, si licenziò in tronco dalle poste per dedicarsi alla scrittura a tempo pieno e in 18 giorni sfornò Post Office, il romanzo autobiografico che lo rese celebre. Un bell’insegnamento per ogni aspirante narratore, altro che talent show e scuole di scrittura; ma al di là dei bei gesti, Roversi scommette anche sull’attualità dello scrittore. “Molti accusano Bukowski di essere ripetitivo, ma questo è vero solo in apparenza. Tutta la sua opera ruota attorno alla disperazione delle classi sociali più deboli. Un tema più vivo che mai, purtroppo. Quando ci racconta di quelli che passano i pomeriggi all’ippodromo per cercare un’ultima speranza di riscatto, e così facendo si distruggono definitivamente, non è esattamente ciò che ci capita di vedere oggi nelle sale giochi, davanti ai videopoker?”. Può sembrare sorprendente che  in tempi perbene come i nostri, in piena dittatura del politicamente corretto, questo poeta maledetto fuori tempo massimo, sboccato e intrattabile –  ma anche capace di straordinaria dolcezza, stando alla testimonianza di Fernanda Pivano nella biografia Scrivo racconti e poi ci metto il sesso per vendere (Castelvecchi), scritta a quattro mani con Roversi  – continui a scoppiare di salute. Ma pensandoci bene, così sorprendente non è. Intanto perché Bukowski è un esempio più unico che raro di scrittore che non si prende sul serio e qualche volta si prende perfino per il culo. Ma forse il suo vero segreto è un altro, la capacità di mettersi a nudo senza compromessi, utilizzando la scrittura come grado zero della sincerità prima che dello stile. Con i suoi taccuini e le sue bottiglie questo vecchio sporcaccione è stato l’ultimo dei puri in un’epoca che, dopo avere screditato le virtù, è riuscita a screditare anche i vizi.

(da Il Fatto Quotidiano, 8.3.2014)

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